Il nostro percorso era più facile di quello di Chicca e Procyon, ma noi, allora, non lo potevamo sapere. Avevamo atteso un giorno in più, e questo ci aveva risparmiato la nevicata. E non era stata un’attesa casuale. A conti fatti i nsotri vestiti più caldi, le coperte, le scarpe più comode, le avevamo lasciate a loro due. Noi avevamo messo assieme una specie di tenda. Ma non era nostra intenzione usarla. Nei programmi avremmo raggiunto il luogo avvolto da una fitta nebbia rossastra dove avrebbe dovuto trovarsi Montefiascone prima del tramonto, per evitare di dover dormire in quella specie di deserto gelato che ci si stendeva davanti. E contavamo, là, di trovare almeno dei resti che potessero darci in qualche modo rifugio. Forse anche altre persone, già la sera stessa. Per questo eravamo partiti pochi minuti dopo l’alba, intirizziti, assonnati, timorosi. Forse anche un po’ eccitati. Io, Mav, Capobanda, TGW, Mitomanu. Quelli più smaniosi di vedere cosa era rimasto in piedi là fuori, non volevamo aspettare. Fu più facile il viaggio per via di una specie di vallata stretta, poco ingombra di detriti e fango, che ci conduceva diritta verso il nostro obiettivo, senza crepacci, senza cumuli, senza strapiombi. La slitta, ricavata molto semplicemente da pochi pezzi di legno legati tra loro, scivolava abbastanza bene. Più facile, ma in quel momento non potevamo saperlo. Sapevamo che dopo tre ore di cammino ininterrotto quasi più nessuno parlava, scomparse le ipotesi su quello che avremmo trovato, bassi gli occhi, sulla punta delle nostre scarpe. Passi e respiri. Respiri e passi. Dopo sei ore, poteva dunque essere quasi mezzogiorno, senza che la luce nel cielo sempre screziato di verde fosse aumentata granché, ci concedemmo una sosta. Breve, breve gracchiavo io. Non mi sembrava che avessimo fatto metà strada, mi sembrava che la nebbia rossa restasse alla stessa distanza, imprendibile come un orizzonte. Mangiammo poche cose. Capobanda lo chiese: cosa troveremo secondo voi? Ne parlammo un po’. Nessuno di noi riusciva a focalizzare qualcosa di speciale. Sembrava che fossimo già abituati a camminare tra quelle che sembravao montagne e montagne non erano. Dopo un’ora circa arrivammo alla fine del canyon, la strada adesso saliva, ripida. E’ un buon segno, dissi, ci avviciniamo al bordo del lago. Era così, anche se la salita complicava le cose. Un paio di volte la slitta ci sfuggì e ci fece perdere una mezz’ora per recuperarla. Questa dannata corda, mi disse TGW mostrandomi le mani piagate, taglia. Stabilimmo dei turni brevi, a coppie, per trascinarla. Mitomanu mi si avvicinò, le si leggeva bene in faccia la sofferenza. Ti sei accorot Chik? Di cosa? E’ meno freddo. Vero, era meno freddo. Infatti di lì ad un’ora la neve era sparita del tutto. Adesso eravamo nella nebbia rossa, fuori dal lago. In un pantano di fango e detriti che non lasciava intravedere nessuna direzione speciale. Facemmo una breve pausa per discutere il da farsi. Poi Mav gridò. Venite, venite. Aveva trovato la strada. Non che fosse libera, certo. Tronchi d’albero, mattoni, macchine ribaltate, paletti col filo spinato. Però, a fatica, riuscivamo a seguirla. Quella ci avrebbe portato in alto. Al paese. O a quel che ne restava. Ancora nessun segno di vita, mi brontolò TGW all’orecchio. Annuì senza dire niente. Precauzione da poco. Era il pensiero costante, di tutti. Salire, ancora, salire. Dove si intravedeva un relitto di casa era qualcosa di talmente sventrato da non meritarne il nome. Ma neanche cadaveri. Come se le persone della zona si fossero volatilizzate. Scomparse. Non un rumore di animale. Camminavamo nella nebbia rossa. Fiato e passi. Passi e fiato. Adesso pure qualche goccia di sudore. L’aria era decisamente più calda. Non soffriremo il freddo stanotte, disse con un sorriso Capobanda. Già. Si intravedeva, adesso, qualcosa in più del paese. Qualche casa ancora in piedi, intere mura di detriti che dovevamo circumnavigare faticosamente. Decidemmo di abbandonare la slitta e di lasciare dei segnali per ritrovare la strada. Ci demmo ancora un’ora per care di arrivare nel punto più alto, nella speranza che da lassù si intuisse qualcosa. Poi saremmo tornati alla slitta e là attorno, al riparo di qualche muro più stabile avremmo passato la notte. Camminavamo piano, adesso, sia per la difficoltà del percorso, sia per seguire lo sguardo che girava dappertutto “C’è nessuno?” il grido di Mav ci fece sobbalzare. Non ci fu risposta.La nebbia adesso era solo una lieve foschia, ma restava la sensazione che tutto fosse in qualche modo colorato di rosso. Lassù dissi. Si vedeva nettamente una casa che spuntava dalla nebbia. Da là avremmo visto qualcosa. Guidai il gruppo, o piuttosto corsi avanti, incurante di chi mi chiedeva di aspettare. Aprii la porta. TGW mi stava dicendo che era rischioso salire le scale. Rischioso? Non persi neanche tempo a rispondere. Salii. Tutto vuoto e tutto distrutto nelle stanze. Ma io cercavo una finestra, un balcone. Mi ci affacciai.
Sotto di me, a perdita d’occhio, un terreno nero e brullo solcato da lamine rosse. Niente del panorama che conoscevo. Caldere fumanti. Niente più monti Cimini, solo uno squarcio oscenamente aperto da cui trasudava a ritmo costante un fiume di lava. Là dove doveva essere la mia città. Lava. Certo che quelle montagne erano vulcani, non c’era nessuno che non lo sapesse. Spenti, morti, estinti da millenni e millenni. Un fiume di lava. Nelle mie strade, nelle mie case, nei miei prati, sulle mie lacrime, sulle mie speranze, sulle mie incazzature, sui miei parcheggi, sulle mie corse, sui miei giardini, sulle mie foglie secche, sui miei gatti randagi, sulle mie note, sulle mie foto, sulle mie scale, sui miei attrezzi, su miei cortili. Avevo un rombo fortissimo nelle orecchie da cui a tratte emergevano lontane voci che mi chiamavano con un nome che non era il mio. Non aprii bocca. Caddi. E poi non ricordo più nulla.







