Il quinto passo

25 marzo 2011

Il nostro percorso era più facile di quello di Chicca e Procyon, ma noi, allora, non lo potevamo sapere. Avevamo atteso un giorno in più, e questo ci aveva risparmiato la nevicata. E non era stata un’attesa casuale. A conti fatti i nsotri vestiti più caldi, le coperte, le scarpe più comode, le avevamo lasciate a loro due. Noi avevamo messo assieme una specie di tenda. Ma non era nostra intenzione usarla. Nei programmi avremmo raggiunto il luogo avvolto da una fitta nebbia rossastra dove avrebbe dovuto trovarsi Montefiascone prima del tramonto, per evitare di dover dormire in quella specie di deserto gelato che ci si stendeva davanti. E contavamo, là, di trovare almeno dei resti che potessero darci in qualche modo rifugio. Forse anche altre persone, già la sera stessa. Per questo eravamo partiti pochi minuti dopo l’alba, intirizziti, assonnati, timorosi. Forse anche un po’ eccitati. Io, Mav, Capobanda, TGW, Mitomanu. Quelli più smaniosi di vedere cosa era rimasto in piedi là fuori, non volevamo aspettare. Fu più facile il viaggio per via di una specie di vallata stretta, poco ingombra di detriti e fango, che ci conduceva diritta verso il nostro obiettivo, senza crepacci, senza cumuli, senza strapiombi. La slitta, ricavata molto semplicemente da pochi pezzi di legno legati tra loro, scivolava abbastanza bene. Più facile, ma in quel momento non potevamo saperlo. Sapevamo che dopo tre ore di cammino ininterrotto quasi più nessuno parlava, scomparse le ipotesi su quello che avremmo trovato, bassi gli occhi, sulla punta delle nostre scarpe. Passi e respiri. Respiri e passi. Dopo sei ore, poteva dunque essere quasi mezzogiorno, senza che la luce nel cielo sempre screziato di verde fosse aumentata granché, ci concedemmo una sosta. Breve, breve gracchiavo io. Non mi sembrava che avessimo fatto metà strada, mi sembrava che la nebbia rossa restasse alla stessa distanza, imprendibile come un orizzonte. Mangiammo poche cose. Capobanda lo chiese: cosa troveremo secondo voi? Ne parlammo un po’. Nessuno di noi riusciva a focalizzare qualcosa di speciale. Sembrava che fossimo già abituati a camminare tra quelle che sembravao montagne e montagne non erano. Dopo un’ora circa arrivammo alla fine del canyon, la strada adesso saliva, ripida. E’ un buon segno, dissi, ci avviciniamo al bordo del lago. Era così, anche se la salita complicava le cose. Un paio di volte la slitta ci sfuggì e ci fece perdere una mezz’ora per recuperarla. Questa dannata corda, mi disse TGW mostrandomi le mani piagate, taglia. Stabilimmo dei turni brevi, a coppie, per trascinarla. Mitomanu mi si avvicinò, le si leggeva bene in faccia la sofferenza. Ti sei accorot Chik? Di cosa? E’ meno freddo. Vero, era meno freddo. Infatti di lì ad un’ora la neve era sparita del tutto. Adesso eravamo nella nebbia rossa, fuori dal lago. In un pantano di fango e detriti che non lasciava intravedere nessuna direzione speciale. Facemmo una breve pausa per discutere il da farsi. Poi Mav gridò. Venite, venite. Aveva trovato la strada. Non che fosse libera, certo. Tronchi d’albero, mattoni, macchine ribaltate, paletti col filo spinato. Però, a fatica, riuscivamo a seguirla. Quella ci avrebbe portato in alto. Al paese. O a quel che ne restava. Ancora nessun segno di vita, mi brontolò TGW all’orecchio. Annuì senza dire niente. Precauzione da poco. Era il pensiero costante, di tutti. Salire, ancora, salire. Dove si intravedeva un relitto di casa era qualcosa di talmente sventrato da non meritarne il nome. Ma neanche cadaveri. Come se le persone della zona si fossero volatilizzate. Scomparse. Non un rumore di animale. Camminavamo nella nebbia rossa. Fiato e passi. Passi e fiato. Adesso pure qualche goccia di sudore. L’aria era decisamente più calda. Non soffriremo il freddo stanotte, disse con un sorriso Capobanda. Già. Si intravedeva, adesso, qualcosa in più del paese. Qualche casa ancora in piedi, intere mura di detriti che dovevamo circumnavigare faticosamente. Decidemmo di abbandonare la slitta e di lasciare dei segnali per ritrovare la strada. Ci demmo ancora un’ora per care di arrivare nel punto più alto, nella speranza che da lassù si intuisse qualcosa. Poi saremmo tornati alla slitta e là attorno, al riparo di qualche muro più stabile avremmo passato la notte. Camminavamo piano, adesso, sia per la difficoltà del percorso, sia per seguire lo sguardo che girava dappertutto “C’è nessuno?” il grido di Mav ci fece sobbalzare. Non ci fu risposta.La nebbia adesso era solo una lieve foschia, ma restava la sensazione che tutto fosse in qualche modo colorato di rosso. Lassù dissi. Si vedeva nettamente una casa che spuntava dalla nebbia. Da là avremmo visto qualcosa. Guidai il gruppo, o piuttosto corsi avanti, incurante di chi mi chiedeva di aspettare. Aprii la porta. TGW mi stava dicendo che era rischioso salire le scale. Rischioso? Non persi neanche tempo a rispondere. Salii. Tutto vuoto e tutto distrutto nelle stanze. Ma io cercavo una finestra, un balcone. Mi ci affacciai.

Sotto di me, a perdita d’occhio, un terreno nero e brullo solcato da lamine rosse. Niente del panorama che conoscevo. Caldere fumanti. Niente più monti Cimini, solo uno squarcio oscenamente aperto da cui trasudava a ritmo costante un fiume di lava. Là dove doveva essere la mia città. Lava. Certo che quelle montagne erano vulcani, non c’era nessuno che non lo sapesse. Spenti, morti, estinti da millenni e millenni. Un fiume di lava. Nelle mie strade, nelle mie case, nei miei prati, sulle mie lacrime, sulle mie speranze, sulle mie incazzature, sui miei parcheggi, sulle mie corse, sui miei giardini, sulle mie foglie secche, sui miei gatti randagi, sulle mie note, sulle mie foto, sulle mie scale, sui miei attrezzi, su miei cortili. Avevo un rombo fortissimo nelle orecchie da cui a tratte emergevano lontane voci che mi chiamavano con un nome che non era il mio. Non aprii bocca. Caddi. E poi non ricordo più nulla.

Sotto un sole calante

15 marzo 2011

Il primo giorno era stato più duro del previsto, pensava Procyon, e non sembrava che avessero fatto grandi progressi. Anzi, peggiorava.

Prima di tutto i crepacci. Il terreno che dovevano attraversare, il bacino del lago svuotato, era completamente irregolare, fatto di alte colline e crepacci improvvisi. Questi si aprivano in un fondo fangoso e ricoperto di neve. Per due volte a pochi passi da loro degli squarci improvvisi avevano mostrato un varco verso abissi che si potevano solo immaginare. Quello era l’ex cratere di un vulcano, fino a quali spaventose profondità poteva arrivare il vuoto sotto di loro? E nel terreno bianco e grigio nulla sembrava indicare dove si sarebbe mostrato il prossimo improvviso cedimento. Ne avevano parlato un po’. Non c’erano grosse precauzioni da prendere. Legarsi tra loro, su quel fondo scivoloso, avrebbe avuto il solo effetto di perderli entrambi. Valeva pena giocare a questa roulette russa con due pallottole, una per una. Chicca non aveva avuto esitazioni, di questo Procyon, in cuor suo, la ringraziava. Se proprio doveva vivere una situazione del genere almeno farlo con qualcuno disposto ad usare la razionalità fino in fondo, anche a proprio discapito.

Poi, appunto, il terreno. Scivolosissmo. Le gambe affondavano fino a metà polpaccio, l’appoggio era sempre instabile. Cadere in terra era frequente, cosa che rendeva impossibile togliere i guanti anche solo per un secondo. Il che non sarebbe stato un grosso problema. Ma su quelle improvvise ripide collinette quante volte si erano ritrovati a dover ripercorrere tutto daccapo?  Estenuante. Aveva scoperto di avere tendini e muscoli nuovi nei polpacci e nei piedi, che gli facevano male in un modo di cui non si era mai reso conto. E adesso ogni metro costava fatica e dolore.

Il freddo. Intenso, pungente, da uccidere. Non subito, non mentre si erano incamminati. Ma a tradimento, più tardi. Era impossibile fermarsi per più di cinque minuti, a rischio di congelare il sudore che gli impregnava la maglietta, l’unica possibilità sembrava essere muoversi continuamente, senza sosta; proprio quello che piedi e polpacci sembravano rifutarsi di fare, tremando per la tensione. Un freddo che al calar del sole li aveva posti davanti al dubbio atroce: avrebbero passato vivi la notte? Sarebbero morti assiderati? Non facevano in tempo, d’altra parte, a raggiungere la riva del lago prima del tramonto, come avevano sperato. In quel catino di fango e neve i movimenti procedevano al rallentatore, in mezzo ad una nebbia pungente che a tratti gli faceva pure temere di perdere l’orientamento. Così, quando quei vapori biancastri avevano lasciato presagire, arrossandosi, il tramonto, avevano deciso che dovevano usare un po’ di energie, prima di essere stremati, per costruirsi un riparo nella notte. Non che mancassero i materiali. Dal fango spuntavano oggetti di tutti i tipi: relitti di barche pezzi di case, lamiere contorte, corde. Non c’era segno di resti umani, per fortuna. Raccolsero l’occorrente per una contorta casetta, che ridossata ad un ripdo pendio avrebbe almeno ostacolato l’umidità della notte. E riuscirono, solo a buio già inoltrato, ad accendere un fuoco abbastanza smorzato, più fumo che fiamme, niente più che un tepore, su cui provare a scaldare una magra porzione di cibo. Bevvero un sorso di grappa ciascuno. Procyon ricordò a Chicca che il calore che quel liquido dava era assolutamente illusorio, abusarne sarebbe stato fatale. Decisero per turni molto brevi. Non più di un’ora. E chi era sveglio doveva muoversi e controllare che il dormiente fosse sufficientemente caldo. Per fortuna il mucchio di coperte che avevano messo assieme, con il loro calore, sembrava sufficiente. Finirono per addormentarsi entrambi, mezzi abbracciati, verso le tre del mattino. Si svegliarono poco dopo l’alba per scoprire, sconcertati, che aveva iniziato a nevicare.

Gli facevano male ossa, tendini, muscoli. Tutto. E la spalla e la gamba, la memoria dell’incidente in moto, bruciavano. Ma di questo, a Chicca, non avrebbe parlato. Lamentarsi era il primo passo verso la fine. Neanche Chicca sembrava incline a farlo. Si limitò ad una nitida imprecazione quando vide che il fuoco era ridotto a pochi carboni fumanti. Ma riuscirono a ravvivarlo a sufficienza per bollire un po’ d’acqua in cui diluire un cucchiaino di caffé solubile. Dopo quella tazza calda la follia della loro impresa non era meno evidente. Ma almeno avevano recuperato l’animo necessario a ripartire.

“Arriveremo al bordo del lago, oggi” disse Procyon pur non essendone così convinto “e domani sarà meglio”. “prima partiamo meglio è” rispose Chicca. E raccolsero le loro poche cose, riempirono di nuovo gli zaini. Parlarono, anche, un po’ più a lungo del giorno precedente, quando, nelle orecchie, avevano avuto soprattutto il loro ritmato fiatone. Chicca sapeva quando dire e quando tacere, come mettere giù le verità spiacevoli senza dar mostra di perdere fiducia. Bene, pensò Procyon. Bene. Quella ragazza aveva del coraggio.

Però nevicava. E nevicò quasi tutto il giorno. Un altro giorno di passi incerti e lenti, scivoloni, imprecazioni, freddo, dolori. Girarsi a guardare le impronte era sempre deprimente. Non erano ore che avevano superato i resti di quel vecchio motorino rosso? Eppure sembrava ancora lì. Nel tardo pomeriggio la neve decise di dargli una tregua. Schiarì. Sotto un sole calante vedevano un tratto di costa passabilmente vicino. “Dai, ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare”. Si misero d’accordo, avrebbero camminato anche con il primo buio nella speranza che poi, raggiunta la costa, preparare un rifugio sarebbe stato più semplice. Continuarono a dispetto del fuoco gelato che aveva preso possesso delle loro ginocchia, delle loro caviglie, delle loro spalle.  

Poi, nel buio, una luce. Vicina. “La seguiamo”? “ Sì”. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Vicina. Anzi. Si sarebbe detto in movimento verso di loro. Finchè una voce squillante li raggiunse. “Ehi, per di qua!”

Raggiunsero la luce, una lanterna tenuta da un ragazzo alto, dai capelli lunghi e biondi che sbucavano da un parka invernale. “Forza, venite con me” e senza dargli tempo di capire o spiegare, si fece strada tra gli alberi di quel tratto di costa e li porta ad una porta pesante, diretta ad un bunker dentro la montagna. Si guardavano attorno perplessi, entrarono in un vestibolo dalle pareti bianche, illuminato da una luce giallastra. “Spogliatevi qua” disse la figura alta, “vi porto qualcosa di asciutto” e sparì un attimo soltanto per ricomparire con un cambio completo di tutto, “come se ci aspettasse” pensò Procyon e cerco con lo sguardo Chicca per spiegarle la stranezza di quella rapidità. Ma lei si stava asciugando i piedi gonfi. Rivestiti e caldi entrarono nella seconda stanza. L’uomo si presentò. “Piacere di conoscervi, so chi siete, io sono Bghiol” e aggiunse che il momento di altre spiegazioni sarebbe arrivato. Ora si mangiava. 

Si lasciarono andare ai piaceri di una cena decente, tempestando il loro interlocutore di parole, di domande a cui lui sapeva raramente rispondere. A volte dava l’impressione piuttosto di non voler rispondere. Quali erano i confini della tragedia? Era rimasto da qualche parte qualcun altro? Chi si stava occupando di aiutare i superstiti? La situazione era peggiore o migliore lontano da lì? Riuscirono solo a capire che le cose erano messe veramente male. E che Bghiol era in contatto con altri superstiti. Poi, travolti dalla stanchezza, dormirono.

Al mattino, fatta un’abbondante colazione, Procyon dichiarò: “ora noi dovremmo ripartire, hai dei consigli?” Chicca annuì. Bghiol scosse la testa. Forse non avevano capito, cercò di spiegare. Oltre le colline alle loro spalle non c’era certezza di nulla. Loro (loro chi? pensava Procyon) avevano mandato già sei sentinelle (sentinelle? questo lo corrucciò) e non ne era tornata nessuna.  Probabilmente morte. E, insisteva, non è solo un fatto di disastri naturali. Ci sono altre cose da tenere in considerazione. Quali cose? Glielo avrebbe spiegato il suo capo, più tardi. Solo un po’ di pazienza, il tempo di capire la situazione. Più tardi noi saremo lontani da qui brontolò Procyon guardando Bghiol diritto in faccia, sorrideva di un sorriso amaro. Bghiol insisteva, non era assolutamente il caso di uscire per oggi, erano previste tempeste molto violente. Sappiamo badare a noi stessi, brontolò Chicca. Bghiol scrollò le spalle.

“Mi spiace” disse “metterla in questo modo”. Ora un movimento rapido aveva rivelato una pistola tra le sue mani. “Forse non mi sono spiegato bene. Voi, oggi, siete assolutamente miei ospiti.”

(dedicato a chi, in queste ore, nel fango cammina davvero)

Lo stato delle cose

8 marzo 2011

Dormiva, stremata, sul sedile al suo fianco. Il viso quasi più stravolto ora che da sveglia. E lui guidava, lentamente, lungo un’autostrada vuota e buia. Come tante volte. Come in tante serate in cui si era detto adesso vado mille volte e poi solo alle undici di sera aveva trovato le forze per lasciare il lavoro e tornarsene a casa. Una cosa innocente, una scena da roadmovie di serie B. Senza colonna sonora, però. Muta, la radio, su tutte l frequenze. Spenti i pochi lampioni rimasti in piedi ovunque. Spento il cervello che faticava a raccordare tutto. Avevano passato due giorni dentro una casa disabitata e mezzo diroccata chissà dove. Due giorni veloci. Avevano entrambi dormito la maggior parte del tempo, dormito del sonno ottuso dei malati, del sonno appiccicoso dei convalescenti. Non che i tendini stirati, i muscoli contusi, le ossa sballottate, facessero veramente meno male, adesso. Solo che il dolore sembrava familiare, sopportabile. Il fischio nel suo orecchio destro era la cosa peggiore, come un notturno  su di un flauto di grondaie. Uno stridore inutile di giorno, utile ora per resistere al sonno. Poi Stè aveva pianto a lungo, davanti a lui, senza parole. Lui si era dichiarato disponibile ma lei gli aveva risposto che no, indietro no. Non vedere, non sapere. Poteva continuare a pensare che fosse tutta una gita. E come sapere, d’altra parte? Come capire se e come e dove qualcuno dei suoi era sopravvissuto? Come avvisare qualcuno che lei era sopravvissuta? Aveva pianto, aveva pianto molto e lui non aveva trovato molto altro che imbarazzo da offrirle. Allora, le aveva detto, seguimi. Io ho un piano. Non è affatto finita. Lei non aveva chiesto un piano per cosa. Aveva solo annuito. Poco più che un bluff. Scarsissime le sue risorse, tanto più che, muti i cellulari, non aveva modo per contattare le persone che voleva contattare. La persona che voleva contattare. Lei. Già. Glielo aveva detto. Le vecchie regole di riguardo e segretezza non valevano più. Cerchiamo di rimetterci in contatto con Chik67 e gli altri. “E come?” aveva chiesto Stè. Uno dei miei, anzi una dei miei. E’ fra loro, nascosta. Una spia, aveva sobbalzato Stè. No, non le piacerebbe essere definita così. Un’amica. Ma non so, non so proprio come contattarla. Stè aveva aspettato qualche dettaglio in più. Ti piacerebbe conoscerla, ne sono sicuro. Ma lasceremo che sia lei a trovare noi. Come sai che è viva? Non lo so. Lo spero. Sembrava proprio poca cosa a Stè, questa speranza che voleva avere un’aria ispirata mentre sembrava solo un esercizio di stile. Lanciò allora una provocazione più grossa. Andiamo a casa di Gondor, al rifugio di Gondor. Ma se lo stavi ancora cercando, ridacchio Stè. Lo troveremo, rispose Paolo, con un tono che stupiì lui stesso, trasognato quasi. Ho molti indizi, lo troveremo. Poi avevano discusso di come muoversi e lui l’aveva stupita. Avevano camminato a lungo fino a trovare una specie di area industriale. Abbandonata, vuota, rattrappita dai terremoti, dal vento, dall’acqua. Non un essere umano, non un animale. Macerie. Tra le altre quelle di un concessionario; la buffa insegna ellittica della Ford puntava verso l’alto, adesso, ma l’edificio sembrava solo parzialmente danneggiato. Era entrato tra quelle travi di cemento pronte a spezzarsi e aveva seguito il tappeto rosso completamente impolverato che portava agli uffici dei venditori, e di lì, tramite le porte posteriori alla reception dell’officina, uno stanzino dai vetri sfondati e ridotto alla metà delle dimensioni originarie dal cedimento di un ampio pannello in cartongesso. Ma intrufolandosi al buio aveva trovato quello che cercava. Le chiavi delle auto in sosta sul retro. Tante chiavi. Centinaia di chiavi. Aveva dovuto cercare a lungo fra le auto parcheggiate. Ora erano su una bella monovolume fresca di fabbrica, solo parzialmente impolverata, provvidenzialmente parcheggiata quasi in fondo al piazzale. Dove nessun calcinaccio aveva sfondato parabrezza, bucato gomme, sventrato portiere. Era stato più difficile riuscire a riempire il serbatoio, ma anche a quello, con un po’ di fortuna avevano provveduto. Per tutto il tempo di questa scorribanda da avventuriero Stè lo aveva guardato quasi con sospetto. Lui non aveva dato spazio a nessun dubbio. Sapeva quello che faceva. Ed era vero, lo sapeva, anche se non sapeva di saperlo, anche se non lo aveva mai fatto prima. Poi avevano iniziato ad infilarsi in quelle strade strette e contorte, di campagna. Fino all’autostrada. Al tramonto, senza aver ancora visto anima viva, si erano fermati a bordo strada a mangiare un panino. Era stato allora che Stè aveva detto parole che a lui sembravano strane. Poi lo aveva ringraziato ed era risalita sull’auto. Ora dormiva. Lui guidava. Se non fosse stato per e si sentiva allegro, leggero, come un indiano a nozze. Se solo non ci fosse stato attorno tutto quel dannatissimo buio.

Amazing!

27 febbraio 2011

 

Li abbiamo persi di vista, sparpagliati su strade disgiunte, un’apocalisse tutto attorno a loro. Non si sono persi d’animo, mentre noi non li spiavamo, e hanno fatto qualche piccolo passo avanti, scrollandosi di dosso i nostri voyeurismi.

Sigurd, ricordate, è in orbita, sulla stazione spaziale, ed un individuo al momento misterioso gli ha proprosto un piano di fuga, una via per tornare sulla terra. Sigurd ha accettato, nonostante l’aria di cospirazione che circonda la cosa non lo convinca del tutto. Ora, infatti, è inchiodato in una posizione assai scomoda. Sta attuando uno strampalato piano di ritorno. Spera di non aver appena fatto la più grossa cazzata della sua vita.

Paolo e Stè, invece, hanno visto in faccia uno tsunami e si son salvati per il rotto della cuffia. Non sanno più bene neanche dove sono, e soprattutto Stè non sa più cosa pensare di questo tizio che considera un delinquente, visto che stava per mandare in galera degli amici, che voleva azzerare l’intero patrimonio librario dell’umanità, e invece le ha salvato la pelle. Dopo un bel riposo, dopo aver recuperato le forze, partiranno per una lungo viaggio, per attuare, infine, il piano di Paolo che ha ancora qualche asso nella manica.

Molto più a Nord Chicca e Procyon, senza aspettare nessuno, sono partiti zaino in spalla, per attraversare il lago di Bolsena, ormai prosciugato, e dirigersi verso le loro vite precedenti, alla scoperta di quello che ne resta. A dispetto dei timori di Carol, hanno raggiunto la sponda del lago e, in mezzo ad una devastazione totale, hanno passato una serata assai più piacevole del previsto, in compagnia di un nuovo personaggio disposto ad aiutarli.

Al centro del lago gli anobiani restanti si stanno per separare. Un gruppo di loro resterà sull’isola, ormai diventata la cima di un monte, cercando di organizzare un posto dove sopravvivere, nell’attesa che il tempo chiarisca i contorni della catastrofe che li sta accerchiando. Si serviranno ancora del passaggio sotterraneo che secondo antiche leggende li dovrebbe portare nel regno di Agarthi? Ritroveranno Gondor e Kob che la tempesta sembra aver trascinato via e di cui non ci sono tracce? Un altro gruppetto parte in esplorazione nella zona circostante. Torneranno, hanno promesso. Ma hanno fretta di sapere, capire, vedere. Ci devono essere altri superstiti da contattare. Qualcosa, del mondo che conoscono, deve essere rimasto.

In quella che sembra una antica abbazia, un gruppetto di uomini incappucciata sembra adorare uno strano idolo: un uomo che, nudo, seduto a un tavolino, scrive senza posa. Questi uomini seguono da vicino le vicende degli anobiani superstiti, sembrano sapere tutto di loro. Sembrano anche avere un piano segreto, un programma futuro, informazioni nuove. Li guida Mordecai. E presto conoscerete anche il nome dell’uomo che scrive.

Prossimamente su questi schermi.

Stand by (me)

15 dicembre 2010

In questo momento non riesco a continuare. Credo che se ne riparlerà nel 2011. Abbiate pazienza

Nell’ombra

27 novembre 2010

C’è un tavolino. Piccolo. E un uomo seduto a questo tavolino, chino sul piano del tavolino, illuminato da un abat-jour. E’ un uomo di mezza età, il cranio in parte scoperto, la barba non rasata, gli occhiali. E’ chino e scrive su di un singolo foglio bianco, che ha accuratamente numerato in alto a destra, con una penna dalla punta sottile, con una grafia ancor più esile e minuscola, che riempie da cima a piedi ogni spazio nel foglio, escluso l’angolo riquadrato dove in ampie cifre ha vergato il numero, e a tratti cancella con segni metodici che coprono ogni tratto, e aggiunge in caratteri ancor più piccini sfruttando l’impercettibile interlinea. Alla destra della sua sedia un’alta pila di fogli bianchi, da cui attinge con regolarità. A sinistra della sua sedia la pila dei fogli scritti, da un solo lato, che dispone meticolosamente a faccia in giù, non prima di aver ricontrollato scrupolosamente due volte l’ordine dei numeri di pagina. Quando alza la mano sinistra un incaricato si avvicina alla pila di fogli scritti e la porta via. In questa occasione l’uomo si raddrizza sulla sedie, allunga entrambe le braccia sopra la testa, le dita intrecciate, e stira i muscoli delle spalle e del collo. Compie alcune brevi circonduzioni del capo. Prende un nuovo foglio, su cui dispone un numero zero. Traccia un grande ovale al centro del foglio, sembra fermarsi a riflettere per qualche secondo, poi scrive un titolo, generalmente breve, a larghe lettere, dentro l’ovale. E poi riparte ininterrotto.

La scrivania sta su di un’alta pedana, al termine di uno stanzone altissimo e dal soffitto che si perde nel buio, forse una volta una chiesa o il largo refettorio di un monastero. Il resto dello stanzone è illuminato solo da alti candelabri. La scrivania, quindi, con la sua abat-jour sembra risplendere. In questo splendore non si può non notare un particolare curioso. L’uomo è completamente nudo. E continua ininterrotto a scrivere.

Quello che una volta poteva essere un abside è completamente ricoperto di scaffali, pieni di quelli che ad un’occhiata sommaria sembrano essere libri. A parte rare eccezioni, però, si tratta di fascicoli rilegati, a volte in maniera più rozza, altre volte in maniera decisamente più raffinata. Ad aprirli si scoprirebbe che al loro interno i fogli sono vergati a mano, tutti con la stessa grafia. Quella dell’uomo nudo. Raramente superano le duecento pagine. A volte, però, sì. Sulla prima pagina è riportato il largo ovale con il titolo, tracciato da mani diverse, che hanno scrupolosamente cercato di riprodurre la grafia dell’originale.

Due uomini guardano l’altro che scrive. Stanno in piedi, ad una certa distanza e sicuramente più in basso della scrivania. Sono vestiti in maniera da ricordare certi monaci medioevali. In particolare la loro tunica marrone, dal tessuto pesante, comprende un ampio cappuccio che portano entrambi sulla testa, di modo che, nella penombra, il loro viso risulta praticamente invisibile.

“E’ sempre una meraviglia guardarlo”, dice il più alto dei due, che dai modi deferenti sembra essere quello dotato di minore autorità, al primo.

“Già” commenta seccamente il secondo “una meraviglia che non si deve interrompere”. Poi, dopo un breve silenzio riprende, “ha mangiato stamane”.

“Poco, come al solito” gli risponde il primo, sinceramente afflitto.

“Sembra che stia perdendo peso” continua il capo. “Non ci possiamo permettere di perderlo. Sarebbe la fine dei nostri progetti”.

“Non ne nascono tutti i giorni” sembra quasi piangere, ora, l’uomo alto, sotto il cappuccio.

“Non è un fatto di nascere, quante volte te lo devo dire” sbotta ora la voce aspra e profonda che viene dal cappuccio inferiore. “Il percorso che ci porta un ba’al teshuvà non è già scritto. Non era scritto che lo dovesse diventare, non era scritto che arrivasse da noi. Noi, ora, dobbiamo permettergli di creare. E’ il nostro Yesod, la prima delle nostre sette Sephirot superiori, sarà lui ad indicarci la strada per raggiungere le altre. E’ lui la nostra difesa dall’apocalisse.”

L’uomo alto annuisce preoccupato. Ogni tentativo di convincere l’uomo a mangiare qualcosa di più dei due bicchieri di latte, quello mattutino e quello serale, fallisce. Ogni tentativo di convincere l’uomo a vestirsi, oppure a mettersi almeno addosso una coperta per non prendere freddo, fallisce. Ogni tentativo di convincere l’uomo a riposare in un letto e qualche ora in più delle tre ore che dorme incurvato sul suo tavolino, fallisce. E il suo corpo si sta visibilmente deteriorando. Eppure la velocità con cui produce le sue pagine sfavillanti sembra quasi accelerare. Non parla mai, esplicita i suoi dinieghi scrollando il capo. I suoi occhi sono sempre accesi, sono sempre pieni di luce, sembrano felici. Ma quando gli si propone un cambiamento si fa scuro in volto, aggrotta le sopracciglia e scrolla la testa, scacciando l’interlocutore con un semplice gesto della mano, e rinizia a scrivere. Forse potrebbero provare ad aggiungere qualcosa di nutriente dentro il latte. Chissà se se ne accorgerebbe. Uno scalpiccio interrompe i pensieri dell’uomo alto. E’ un ragazzo incappucciato come loro due che giunge di corsa con un biglietto in mano. Si inchina, lo porge all’uomo alto e se ne va camminando all’indietro, il viso incappucciato sempre rivolto verso terra. L’uomo alto apre il biglietto e legge, in silenzio, quello che ci è scritto.

“Allora?” domanda con impazienza il piccolo.

“Sembra che stiano partendo; due sono partiti ieri verso Nord. Un gruppetto più numeroso è partito oggi verso Sud. I nostri li seguono”.  Nel silenzio che segue si sente solo il rumore della penna sul foglio, fatto dall’uomo nudo.

“Seguirò il secondo gruppo, di persona”. A questa affermazione perentoria non si ode replica.

Fumo di fumo

12 novembre 2010

Prezioso più di un olio profumato il ricordo. A questo pensava Carol, ritta là fuori, al freddo, gli occhi piantati su di una doppia fila di piccole impronte che sbiadivano in lontananza nel bianco che li circondava, lambendo la ferita profonda del crepaccio nero. Passi di persone il cui ricordo sbiadiva. Ricordo di discussioni alterate, nervose, isteriche, che avrebbe preferito dimenticare. Non erà così che sarebbe dovuta andare quella giornata, ora che finalmente erano liberi da quel cunicolo stretto, che la faceva rabbrividire. Ma prezioso il ricordo, triste l’essersi sfiorati per perdersi subito, buia la scelta, e dubbia come tutte. Si sarebbero rivisti? Per ora poteva solo restare là fuori, con gli occhi su quella fila di impronte e nel cuore la speranza di vedere mantenuta la promessa, un segnale da una lontananza che non si poteva più penetrare, per essere sicuri che tutto andasse bene.

E’ caro più del giorno in cui si nasce il giorno della morte. Parole dure, difficili. Ma parole da tenere a mente, nella loro situazione. Parole troppo difficili da tenere a mente nella loro situazione. Che giorno era oggi? Un giorno di nascita, non era rinascere quell’uscire tutti assieme da uno stretto pertugio fino a rivedere la luce, anche se la luce di un mondo stravolto? Un giorno di morte. Non era morte separarsi dagli amici, abbracciarli, dare loro una parola di viatico, dopo un litigio straziante che aveva visto volare parole che non avrebbero dovute essere dette. Carol rabbrividì, ad una raffica di vento che le portò in viso una manciata di polvere gelata.

Meglio tu vada ad una casa in lutto che ad uno spaccio di bevitori. Non che ci fossero spacci di bevitori là fuori ad attenderli. Tutto il pianeta era, probabilmente, una casa in lutto, Tutti erano in lutto. Tutti avevano persone da cercare, cari da ritrovare, luoghi da rivedere. Tutto il mondo era lapide, segnale, disastro e richiamo al tempo stesso. Ma non avevano nessun segnale da quella gigantesca casa in lutto che si stendeva di fronte a loro. Non era più saggio cercare prima di capire cosa era veramente successo, quanto fosse esteso lo sconvolgimento? Stringersi e aspettare. Questo aveva detto: stringersi e aspettare. E rimanere uniti, pur nelle proprie ansie, nella propria urgenza di sapere.  Organizzare una parvenza di sopravvivenza nella convinzione che di lì a poco dal mondo in lutto sarebbe arrivata una mano tesa. D’altronde non si vedevano luci dai paesi sulle rive del lago, non c’erano segnali che indicassero qualcuno al di là della valle bianca e frastagliata che una volta era il lago. E rimanere uniti.

Sull’uomo che finisce, vivo abbil il cuore fisso. Il cuore, appunto. Non il viso, non il corpo, non gli occhi. Ma il cuore. Avere il cuore rivolto alle altrui fini e le braccia strette al proprio inizio. Organizzare, come subito si erano messi a fare Serenus e Burberi, senza neanche chiedere, un rifugio. Preoccuparsi delle scorte di viveri, di un fuoco per riscaldare, di spazi dove riposare ed essere riparati che non fossero quello stretto budello che portava, forse, alle viscere della Terra. Rimuovere parte delle macerie, cercare tracce di Gondor e Kob che sembravano come svaniti, rendere più sicuro da crolli quel fragile cunicolo che avevano scavato, cercare vestiti per coprirsi, acqua per bere e lavarsi, ed ogni tipo di materiale che oggi, domani, dopodomani avrebbe potuto allontanarli dalla fine. Tenendo il cuore fisso sul pensiero sconfortante che forse figli, genitori, mariti, mogli, amanti, compagni di vita, amici fraterni, mnemici giurati potessero, in questo momento, essere già morti. E dalla doppia fila di passi che si perdeva lontano ancora nessuna luce.

Nell’attristarsi il viso più bello si fa il cuore. Scendi Carol, si sta facendo buio, e probabilmente son già troppo lontani. Questa era la voce di Chik che la chiamava, sempre così razionale, così analitico, sempre così compreso nei suoi pensieri. Aveva detto poche cose, nella discussione animata. Una l’aveva colpita. Conoscere è l’unico modo per decidere. Voleva sempre sapere, imparare, capire. Per questo anche lui, domani, se ne sarebbe andato. Partivano con la promessa di tornare. Lui, Mav, Mitomanu, TGW, Capobanda. Alla ricerca di qualcosa che non sapevano. Per vedere cos’era successo, per cercare aiuto, per riannodare le fila senza stare in attesa. Gli altri sarebbero rimasti. Lei sarebbe rimasta. Bella in viso, triste nel cuore, pensò. Nera nel cuore. Ma cos’era questo bisogno di scattare, scappare, allontanarsi. Non vedevano il rischio di perdere il poco che ancora avevano. Un gruppo di amici. Assieme e sopravvissuti, per ora. Un dono speciale. Ognuno di loro sarebbe potuto essere solo a fronteggiare in quel disastro. Invece erano assieme. Assieme. Perchè non restare ancora assieme?

Il cuore dei sapienti sta in una casa di lacrime. E casa di lacrime era, la sua. Non che fosse così sapiente. Ma le decisione di Chicca e Procyon l’aveva straziata. Loro due partivano subito. E non per tornare, ma per cercare, per ritrovare, per ricostruire quello che non c’era più. Certo, sulle tracce di un figlio, di una moglie, di genitori. Con quale prospettiva? Forse non sarebbero riusciti neanche ad uscire da quel catino gelato. Il freddo. Quanto sarebbe stato freddo di notte, dove avrebbero dormito? I crepacci. Pendii tanto ripidi da dover essere affrontati con le mani e con le braccia. Il cibo, avrebbero trovato cibo, e per quanto? Altre tempeste, terremoti. Era sapiente pensare di poter ingaggiare un braccio di ferro con la natura e sconfiggerla, tutto da soli? Era fiducia sconfinata nelle proprie capacità, quella di Procyon, che non dava per certo di farcela, ma che dava per sicuro di mettersi alla prova, come un comandante di nave che veda arrivare un inevitabile tifone. Era furia scatenata quella di Chicca, che tutti avevano provato a far ragionare ma che aveva reagito schiumando rabbia, sbuffando, imprecando, scalciando come un animale nervoso, soffiando come Cindy dal veterinario. Lei sarebbe partita. Oggi stesso. Lo aveva detto subito. E infine, a dispetto di ogni contrario consiglio, lo aveva fatto. Erano partiti, loro due assieme, con un’attrezzatura improvvisata e insufficiente. Dopo abbracci strazianti. Promettendole, per por fine alle sue proteste, di fare un segnale con la loro potente torcia, nella loro direzione, finchè fosse stato possibile. Segnali che da più di un’ora non vedeva. E stava facebdo buio. Rabbrividì ancora.

Meglio per te ascoltare mugugni di un sapiente che al gorgheggio di un pazzo prestare orecchio. Erano gorgheggi di pazzo. Mugugni di sapiente. La realtà è che non potevano sapere niente, non ancora. E quindi tutti loro erano pazzi, nessuno sapiente. Tutta la loro lunga discussione, lo scontro tra chi voleva partire subito, chi domani, chi voleva aspettare non erano altro che gorgheggi di pazzo, inutili gorgheggi a cui non sarebbe seguito nessun canto. Lei sapeva solo che quello che più temeva si sarebbe realizzato. Si dividevano. Chi avrebbe rivisto, di loro? Se le speranza di ritrovare a breve visi noti in quell’inferno che si era sviluppato sembravano così basse, perchè perdere i pochi che ci stavano vicini. Non lo riusciva a capire. Continuava a non capirlo. Non lo avrebba mai, mai capito. Forse era pazza lei, forse sapienti loro. Ma il giorno della morte poteva essere caro solo avendo qualcuno vicino. Non sola, capì qual era il pensiero che le si annidava nei meandri della mente da quando aveva visto lo sconvolgente scenario del lago prosciugato. Non voleva morire da sola. Chik la chiamò ancora. Arrivo, arrivo, rispose. Guardava fisso, in lontananza, nella direzione della doppia fila di passi.

Ed è  fumo anche questo. Nessun segnale. Non avrebbe visto nessun altro segnale da quei due. Rabbrividì senza vento, questa volta. Non oggi. Nessuno.

E se domani

2 novembre 2010

Ste’ guardava la sua mano, con l’ostinazione di chi non avesse veramente null’altro da fare. Tremante. La mano. Un tremito di cui era difficile capacitarsi, se pensava al fatto che già da un quarto d’ora si stava imponendo di farlo terminare, senza alcun effetto. Le ultime ventiquattro ore. Non potevano essere successe davvero, non a lei, davvero. Riuscì persino a sorridere ripensando al libro dei Promessi Sposi appoggiato con sgarbo distratto su di un tavolino. Poi quel pensiero ne portò altri, di più dolorosi. Non voleva sapere dov’era, ora, quel tavolino. Nè il libro. Nè tutto il contorno di cose e persone che circondava il tavolino. Quello che, un po’ enfaticamente, avrebbe potuto chiamare la sua vita. Voleva solo smettere di tremare. Guardando la mano, che, oggettivamente, era l’unica cosa, in quel momento, che poteva guardare conservando un po’ di lucidità. O di serenità. O di tranquillità. O, uffa, tante parole. Conservare quello che era. Prima. Avrebbe guardato anche Paolo, magari con occhi riconoscenti. Ma non sapeva bene come si guarda qualcuno che ti ha, con ogni probabilità, salvato la vita.  E comunque non prima di smettere di tremare, non prima di aver fermato quella dannatissima mano, che aveva certo le sue buone ragioni, il freddo, l’adrenalina, ma insomma, adesso basta!

Non se l’era immaginato così uno tsunami. Per lei un’onda di dieci metri era semplicemente una replica più grande delle onde che d’estate la travolgevano nell’acqua bassa, quando il vento era forte. Un frangente alto dieci metri. Non c’era stato nessun frangente. Semplicemente dal tetto del palazzo avevano visto l’acqua alzarsi, qualcosa di più simile ad una inondazione. Prima un metro d’acqua. Abbastanza da portare via gli alberi più piccoli, spostare qualche utilitaria, trascinare mucchi di stracci che con ogni probabilità dovevano essere persone. Poi due metri d’acqua, non più verdastra ma marrone, con al seguito un corteo di alberi enormi, panchine divelte, auto semiaffondate, carriole, cartelli stradali, e rumore di vetri infranti dagli urti, urla strappate, stridori inimmaginabili. Per fortuna a quel punto il vento era già tanto forte che sentire qualcosa di distinto era impossibile, neanche le scarne indicazioni di Paolo che li aveva legati con una corda trovata chissà dove ad un pilastro di cemento. Stare in piedi, sotto quel cielo verdastro, si era fatto quasi impossibile, e l’acqua che cadeva dal cielo, gelida, li aveva già inzuppati in ogni strato di vestiti. Poi tre metri d’acqua, sopra tutti i piani terra, ormai invasi, rendendo impossibile da riconoscere la città e le cose attorno. E poi ancora, sempre più a salire, sotto un cielo sempre più basso e più verde, con un rumore sempre più atroce dell’acqua e sempre più basso del vento. Quando avevano visto i palazzi più bassi farsi in pezzi, a volte con un corollario di persone arrampicate sul tetto, ed essere portati via in frammenti dalla corrente velocissima Paolo aveva assunto un’espressione veramente preoccupata. Reggerà questo palazzo, aveva strillato lei, durante una raffica meno forte, reggerà? Non aveva sentito la risposta, ma gli occhi di Paolo contraddicevano l’annuire della testa. Riparandosi a malapena era rientrato nel palazzo quel tanto che bastava per scardinare le due porte di legno d’accesso al terrazzo ed iniziare a costruire una zattera maldestra, fatta di un intrico di corde e cavi delle antenne, che strappava con rabbia dai supporti. Veramente pensava che quell’arnese avrebbe potuto sorreggerli? L’acqua aveva raggiunto almeno l’altezza di metà palazzo, e vorticava ad una velocità che sembrava impossibile da sfidare, trascinando ogni sorta d’oggetti contro gli altri palazzi, fracassando ogni cosa sul cammino. Aspetteremo, aveva ripetuto Paolo due o tre volte per farsi capire nel frastuono, aspetteremo l’ultimo momento, se l’acqua sale ancora non troveremo molti ostacoli, il palazzo è alto. Poi le fece capire che se fossero dovuti salire su quella traballante zattera si sarebbero dovuti legare assieme. Per non perderci, strillò. Ste’ pensò che in questo modo se uno dei due fosse affogato avrebbe trascinato a fondo anche l’altro. Non ebbe il coraggio di dirlo. Morire affogata. Aveva letto che quando ci si vede persi conviene iniziare ad ingoiare acqua, è il modo più veloce per perdere i sensi. Si chiedeva se, al dunque, ne avrebbe veramente avuto il coraggio. Il freddo la intorpidiva al punto che anche muovere le dita era difficile. Dalla tromba delle scale, spalancata, saliva uno stridore infernale. Ogni tanto si sentivano delle esplosioni. Probabilmente qualcosa che cedeva. Su una più forte l’intero terrazzo si inclinò nettamente da un lato. Ste’ scivolò, verso la parte che franava nell’acqua, e la corda che Paolo le aveva legato in vita la trattenne, ma non le impedì di battere un ginocchio con violenza. Le usciva del sangue. Paolo strisciando sul tetto inclinato la raggiunse. Dobbiamo andarcene, dobbiamo andarcene. Le avvicinò la zattera, ci si aggrapparono, legarono e si lanciarono giù verso  l’abisso d’acqua, prima che le onde mugghianti trascinassero in basso anche l’altro pilastro. Appena la loro barca di fortuna toccò l’acqua furono trascinati in un vortice velocissimo, Ste’ fece in tempo a pensare che lo strattone sembrava quello di un gigantesco gioco da luna park, e si infilò quasi ridendo sotto uno strato gelato di fango e schiuma e detriti, e ci sarebbe forse rimasta, a chiedersi se bere quella schifezza oppure no, se Paolo non l’avesse trascinata di forza sul loro mezzo altalenante.

Poi, per ore, il caos. Ad una velocità folle avevano raggiunto un grosso barcone, una vera barca, con delle persone a bordo, che gridando e lavorando erano riusciti ad agganciarli, ma non a farli salire, e così, in precario equilibrio, avevano attraversato quello che era stata la sua città, fino a che il barcone si era sfasciato contro un enorme tubo di metallo, con ogni evidenza il relitto del San Nicola, lo stadio, scaraventando tutti di nuovo in acqua, loro adesso, però agganciati ad un frammento di legno più solido. E poi di nuovo. Ste’ aveva perso il conto delle volte in cui era stata completamente sommersa, delle volte in cui era stata certa di affogare, delle volte in cui Paolo l’aveva strattonata per la corda, come se non fosse anche lui ferito, fino a recuperarla. Poi, lentamente, la corsa si era fatta meno folle. Le acque meno vorticose, il cielo appena più chiaro. Anche se nevicava, nevicava con una forza tale che quando riuscivano a restare fuori dal pelo dell’acqua per qualche minuto le loro teste si facevano bianche.

Dopo ore, dopo un giorno, il lento approdo. Ora, finalmente sulla terra di una collina, davanti ad uno scenario devastato e privo di presenze umane, provavano a scaldarsi.

   E Ste’ fissava la mano. Doveva smettere di tremare.

Il sogno e la veglia

19 ottobre 2010

La fatica, aveva sempre pensato Serenus, è un abito mentale che ti si cuce addosso se solo tu fai l’atto di prestarle attenzione. Il difficile, si diceva, è proprio scacciarla dalla mente dopo averla evocata, saper convinvere con la parola fatica e il suono che essa produce, svuotando la mente da ogni concetto. Un esercizio zen, un applauso con una mano sola, e ngià nel perdersi in queste divagazioni poteva sentire meno la fatica; a meno che non avesse preso coscienza del fatto che il filo dei suoi pensieri si addipanava altrove. Altrimenti, prima o poi, sarebbe ricomparsa nei suoi pensieri. E l’avrebbe sentita. D’altra parte, ma questo non poteva neanche pensarlo se non voleva cedere alla fatica, erano certamente ore che lavoravano.

Dopo che avevano preso a risicata maggioranza, a conclusione di una discussione interminabile, la decisione di provare a tornarsene all’esterno, dopo aver mandato un gruppetto esplorativo su per lo stretto cunicolo mentre molti di loro restavano in un’attesa che era facile definire trèpida, dopo aver constatato che l’uscita del cunicolo era ingombra di macerie, dopo tutto questo non era rimasto che inziare a scavare per creare un buco tra le macerie. Un lavoro lungo. Un lavoro lento. A mani nude. Scavare non era l’espressione giusta. Sia perchè la direzione dello scavo procedeva dal basso verso l’alto, dunque logicamente inversa rispetto al solito, pensava Serenus, sia perchè si trattava, in realtà, di districare un cumulo di materiali fra loro incongrui in maniera tale da riuscire a procedere evitando crolli che accumulassero ancor più materiale nel loro cunicolo. Un lavoro delicato e paziente. Quella striscia argento davanti a lui era certamente la gamba di una sedia. Che non si poteva tirare via senza prima capire cosa l’avesse bloccata e in quale posizione, se fosse possibile estrarla, seppur lentamente o se bisognasse cambiare direzione di scavo per evitarla. Tutto questo  rimuovendo a mani nude una melma di mattoni sbriciolati, terra, legno e chissà cos’altro. Passando parte di questa melma a chi ti seguiva nella fila, che l’avrebbe a sua volta passata e via così, lungo lo stretto cunicolo che non andava assolutamente intasato di detriti.

Oltre ad evitare accuratamente le gambe delle sedie incastrate, i cocci di vetro, l’accumulo dei detriti, c’erano altre cose che bisognava assolutamente evitare, che Serenus si era riproposto sin dall’inizio di quella operazione di scavo, di evitare con ogni mezzo. Di pensare all’aria, ad esempio. Sarebbe bastata? E per quanto? Ne entrava di nuova e fresca oppure si sarebbe lentamente intossicati del loro stesso ossido di carbonio. Di pensare all’esterno, ad esempio. Che ne era di Gondor e Kob, possibile che quel bastone scuro che reggeva la tremolante volta fosse un braccio, per caso? E più lontano ancora. Che ne era delle persone che ci aspettavano fuori da quel buco. C’erano morti? E sopravvissuti? E quello che era appena passato era un evento unico o l’antipasto di devastazioni peggiori. A questo, appunto, non bisognava pensare. Nè alla fatica delle braccia e delle gambe. Nè all’intorpidimento delle mani e dei piedi. Nè alla sete che gonfiava la lingua. Nè al sonno che rallentava i pensieri.

Una serie piuttosto lunga di proibizioni, pensava Serenus, che sarebbe riuscito a rispettare solo concentrandosi ancora di più sul gioco di incastro di piccoli pezzi di legno con i quali costruiva una sorta di volta per quella che si andava configurando come una vera e propria galleria nelle macerie. Poteva aver avuto otto anni quando, ricordava, aveva passato un intero pomeriggio di una vacanza estiva a costruire una diga di piccoli legni. Il canale d’acqua, un minuscolo torrentello alpino che tagliava il prato davanti alla baita in cui i suoi genitori avevano affittato due stanze, sembrava abbastanza minuscolo da permettere una piccola opera di ingegneria idraulica. Assieme a suo cugino, la cui sorte derubricò immediatamente tra i nuovi pensieri da evitare, avevano progettato e costruito il loro sbarramento, con tanto di zona in cui regolare il deflusso di un rivoletto, e con loro sorpresa avevano visto il piccolo bacino, il lago dei loro sogni, riempirsi con quella parte di acqua che, blocccata da un intrico di rametti e foglie e sassi ben piazzati in punti strategici, non riusciva a passare. Un lavoro di un intero pomeriggio, increduli e felici i genitori, ignorando la fatica ed il freddo alle mani spesso immerse in quell’acqua tagliente. Non che adesso il freddo non si facesse sentire. Subgenere delle lamentazioni, pensiero che Serenus classificò senza indugi come: “da evitare”. La diga. Una costrzuione, iniziò a tirare una grossa sbarra di legno che non sembrava incastrata troppo malamente, che suscitò l’invidia e l’ammirazione degli altri ragazzini del paese . Sembrava impossibile che uno di quei bambini di montagna, il cui cuore sembrava della stessa materia delle Alpi, mai che fosse possibile farsi invitare ad un gioco assieme, mai che evitassero di prenderlo in giro, gli facesse i complimenti per la diga. Complimenti interrotti dal sopraggiungere dell’ora di cena. Poi, nella notte, una pioggia furiosa, come quella, avrebbe voluto dirsi, che aveva annunciato quel disastro, aveva spazzato la diga e cancellato i confini dell’invaso, il torrente almeno raddoppiato in larghezza, gonfio, impetuoso. Estratta la grossa sbarra di legno, con i polpastrelli indolenziti e la netta sensazione che facesse veramente freddo, ci si poetva dedicare, senza neanche pensare a chiedere il cambio, a spostare quello che sembrava essere un soprammobile di peltro, un vaso ingombrante e panciuto, di metallo gelato, coi polpastrelli delle mani quasi insensibili, pensiero da evitare, che raddrizzato poteva sorreggere l’asse, stabilizzare lo scavo. E nel tirare quella pancia gelata Serenus si rese conto, senza poterlo evitare, che un vento gelido entrava dal varco che il vaso occupava, un gelido vento ed una luce non forte ma evidente e chiara, e che, dunque, lo scavo era giunto alla fine. Si fermò un secondo. Si girò. Dietro di lui Grenouille cercava una sistemazione provvisoria per il vaso. Credo che ci siamo, disse, sottovoce, e forse nessuno capiì subito. Odore di aria al posto del persitente odore di umido. Sembrava che il buco lasciato dal vaso potesse reggere. Lo allargò. La testa. Infilò la testa e passò fuori, non senza fatica e piccole ferite. Erano fuori. Il cielo era coperto da una bassa nebbia bianca, l’aria quasi immobile su quel cumulo di detriti. camminò verso un muro squarciato per vedere dietro. Il palazzo non c’era più. Cos’altro? Stava uscendo anche Capobanda e lo raggiunse, portando in mano una specie di piccola vanga di fortuna costruita coi relitti. ‘agitava nell’aria. Introibo ad altare dei, pensò Serenus. E poi Dietro Grenouille. Stavano uscendo. Si affacciò dietro il muro. Era in cima ad una montagna altissima, si affacciava su di una valle profonda. Un canyon nero, largo un paio di metri, tagliava la valle come una ferita. Tutto era ricoperto di neve. In lontananza montagne bianche su montagne bianche. La nebbia non lasciava molta visibilità. Arrivò Capobanda al suo fianco. Guardò e lo guardò con fare interrogativo. Il lago, dov’è il lago. Svuotato, rispose Serenus, non c’è più un filo d’acqua. Solo neve. Cos’è successo?  bababadalgharaghtakamminarrronnkonnbrontonnnerronntunnthunnntrovarrhounawrskawntoohoohordenenthurnuk! rispose Serenus. Capobanda lo guardò strano.Cosa vuol dire? Solo che siamo vivi, replicò Serenus, solo che siamo vivi.

La giornata di uno scrutatore

14 ottobre 2010

Le giornate non iniziavano e non finivano, non più. Erano. Questo pensava Sigurd, sull’astronave. Erano uguali. Piene e vuote. Piene, per carità. Addestramento, insegnamento, lezioni, tirocini. Senza sosta. Vuote. La testa altrove. Niente emozioni, niente sensazioni. Corridoi bianchi, cibo neutro, orari comuni. Da quando era sull’astronave dubitava di aver riso di cuore, escludeva di aver parlato di sesso. L’attesa della partenza per la base su Marte si mangiava tutto. Nessuna certezza in proposito, nessuna data, nessun conto alla rovescia. E dopo l’ultima comunicazione era ormale dubitare. Si sarebbe mai partiti? Militari, medici, ingegneri. Nella loro base. Strano che nessuno ancora avesse sbroccato completamente. Non una rissa, non un morto. Intanto già nel viaggio di andata uno psichiatra aveva tenuto loro una breve lezione sul comportamento delle persone deportate. Aveva usato proprio per quella parola. Tento per toglier loro dalla testa ogni possibile dubbio. Quello dovevano fare. Affiancare un gruppo di deportati, deportati come loro, e tramite i loro ambulatori, i loro servizi, le loro parole, i loro farmaci evitare che qualcuno, insomma, ci siamo capiti ragazzi, come no. Una polveriera. Con un complicatissimo sistema interno di autocontrollo. Lui aveva un referente, nulla sapeva degli altri. E adesso quella frase lanciata nello stretto di una porta. Si torna a casa. Quando? Come, con chi? Nessuna risposta da Flint. Lo aveva rivisto a colazione ma lui con un cenno del capo gli aveva fatto capire non ora, non qui. Poi le lezioni del mattino. Poi la noia della sala giochi. Ora i colloqui. Si rilassò sulla sua sedia scomoda, Sigurd, e chiese all’infermiera se c’era qualcuno. C’era sempre qualcuno. La persona che stava per entrare era la decima del giorno. Nessuno che sembrasse veramente grave, nessuno per cui lui potesse fare veramente nulla. Siamo tutti malati, non c’è linea che separi dalla normalità. Era vero a terra, come poteva essere falso lassù? Entrò un uomo alto, con il cranio completamente rasato. Poteva essere vecchio, ma con un viso sorprendentemente privo di rughe. Gli occhi rossi. Iniziò a ripassare la litania mentale delle benzodiazepine: Tavor, Xanax, Valium, Ansiolin, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans mentre si disponeva a sentire. Amerigo, si presentò l’uomo, d’accento che poteva essere piemontese. E si sedette, e senza aspettare nessun cenno da Sigurd parlò, quasi come lui non ci fosse. Il racconto iniziava lontano, quindici anni prima, sulla strada per il lavoro. Ingegnere, addetto alla filiera produttiva di un’industria chimica. Casa. Famiglia. Lavoro. Sulla strada per l’azienda, lungo una strada laterale fatta quasi per sbaglio, in un giorno che aveva deciso di allungare la sua passeggiata una lapide, quasi invisibile al centro di un muro giallo. Fabio Turchetti. 1927-1944. Morto per la libertà. Nè foto, nè fiori. Un portafiori ossidato e vuoto. La foto. Diciassette anni. Per la libertà. Chiese, per curiosità, alla segretaria. Niente. Cercò su Internet, su Internet si trova tutto. Niente. Iniziò a passare sotto la lapide tutti i giorni. Non era vicino ad una porta, era sul lungo muro di cinta della fabbrica. Perchè lì? Forse era morto in quel punto. Armi in mano o fucilato? Trovò la storia in biblioteca, in un Martedì in cui uno sciopero per questioni nazionali aveva bloccato l’impianto. Un sabotatore scoperto e fucilato davanti agli altri operai schierati, per dare un esempio. Aveva manomesso una linea di produzione che serviva la raffineria. Un piccolo gesto. Pensava che certamente non si sarebbe notato. Forse una spia al suo fianco. Così per Fabio, a diciassette anni, era finita. Il giorno dopo portò dei fiori alla piccola lapide. Diventò un’abitudine. Martedì e Venerdì. Due fiori, una sosta breve, nessun gesto, non era uomo da gesti avventati, disse Amerigo di sèstrofinandosi la guancia. Forse era stata avventata la foto. Aveva trovato in biblioteca una foto, ne aveva fatta fare una copia di buona qualità e l’aveva piazzat proprio sotto la lapide. Nessuno gli aveva detto nulla, nessuno aveva notato la cosa. Iniziò ad informarsi. Decine e decine di ragazzi fucilati giovanissimi. Disertori, partigiani, sabotatori, passanti. Lapidi appese silenziose ad un muro. Vuote. Usò il programma messo a punto da un giovane stagista per ottimizzare il suo percorso. Ogni giorno una tappa all’inizio, poi due, tre, quattro, cinque. Un raffinato programma di spostamenti e passaggi per curare i suoi altari. Fiorai avvisati che gli facevano trovare l’occorrente senza troppe file, il conto saldato a inizio mese. Fuori da ogni giro ufficiale, evitati i morti su cui facevano bella mostra le corone dell’Anpi, ingiallite dallìAprile precedente. La cosa aveva iniziato ad influire anche sui suoi orari di lavoro, ma tanto ad un dirigente anziano si poteva perdonare qualche ritardo, e con la famiglia. Non aveva raccontato niente a nessuno. I Sabati mattina li riusciva a giustificare facilmente. Le Domeniche era più difficile. Quando per colpa di qualche insulsa cerimonia con i parenti doveva saltare qualche visita ci restava male, ci pensava a lungo. Un file con tutti i nomi, i luogi, le date, le cause di morte. Lo sapeva il dottore quanti altari improvvisati ci sono in giro per l’Italia? Incidenti stradali, collassi improvvisi, violenze impreviste. Mi creda, dottore, i morti nei cimiteri non ci stanno più. Le ossa sì, ma la memoria è per strada. Poi, improvvisa la partenza. Un clic. Aveva cancellato tutti i file. L’ottimizzazione del percorso, i dati storici, i fiorai. Solo un ultimo passaggio da Fabio Turchetti, morto per la libertà, inizio di tutto. Un passaggio veloce e poi via. Non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, lui. Ora, però, ci si svegliava la notte. Tutti i nomi, gli ritronavano in mente uno per uno, tutti i nomi. Li snocciolava in testa fino al mattino, fino a quando si doveva alzare. A volte riusciva a dormire un ora, a volte due. Ecco, disse Amerigo, questo è tutto. E prima che Sigurd potesse replicare si alzò e se ne andò.

Restò in silenzio, Sigurd. Ecco, si disse, questo è tutto. Pensò a Zaira, la città che non dice il suo passato ma tutto lo contiene, come le linee di una mano. Penso alla loro astronave sospesa a tutto quello, lontana da ogni passato nel tempo e nello spazio, a tutti gli abitanti di questo guscio di noce. Cosa posso fare io per costoro, cosa posso fare io? Era sospeso a chilometri d’altezza, alla periferia di se stesso. Voleva tornare. Voleva andarsene più lontano possibile. Laggiù Diomira, Isidora, Zaira, Zora, Maurilia erano probabilmente già polverizzate. Quassù, in un precario equilibrio di rette e tubi, forse una nuova città. Non sapeva più quale posto, a quali condizioni. Cosa aveva da offrire. Amore, forse, poteva bastare?  Proprio in quel momento l’infermiera riaprì la porta; con un sorriso traverso il ragazzo alto, il capitano Flint, entrava guardandolo negli occhi.


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