Le giornate non iniziavano e non finivano, non più. Erano. Questo pensava Sigurd, sull’astronave. Erano uguali. Piene e vuote. Piene, per carità. Addestramento, insegnamento, lezioni, tirocini. Senza sosta. Vuote. La testa altrove. Niente emozioni, niente sensazioni. Corridoi bianchi, cibo neutro, orari comuni. Da quando era sull’astronave dubitava di aver riso di cuore, escludeva di aver parlato di sesso. L’attesa della partenza per la base su Marte si mangiava tutto. Nessuna certezza in proposito, nessuna data, nessun conto alla rovescia. E dopo l’ultima comunicazione era ormale dubitare. Si sarebbe mai partiti? Militari, medici, ingegneri. Nella loro base. Strano che nessuno ancora avesse sbroccato completamente. Non una rissa, non un morto. Intanto già nel viaggio di andata uno psichiatra aveva tenuto loro una breve lezione sul comportamento delle persone deportate. Aveva usato proprio per quella parola. Tento per toglier loro dalla testa ogni possibile dubbio. Quello dovevano fare. Affiancare un gruppo di deportati, deportati come loro, e tramite i loro ambulatori, i loro servizi, le loro parole, i loro farmaci evitare che qualcuno, insomma, ci siamo capiti ragazzi, come no. Una polveriera. Con un complicatissimo sistema interno di autocontrollo. Lui aveva un referente, nulla sapeva degli altri. E adesso quella frase lanciata nello stretto di una porta. Si torna a casa. Quando? Come, con chi? Nessuna risposta da Flint. Lo aveva rivisto a colazione ma lui con un cenno del capo gli aveva fatto capire non ora, non qui. Poi le lezioni del mattino. Poi la noia della sala giochi. Ora i colloqui. Si rilassò sulla sua sedia scomoda, Sigurd, e chiese all’infermiera se c’era qualcuno. C’era sempre qualcuno. La persona che stava per entrare era la decima del giorno. Nessuno che sembrasse veramente grave, nessuno per cui lui potesse fare veramente nulla. Siamo tutti malati, non c’è linea che separi dalla normalità. Era vero a terra, come poteva essere falso lassù? Entrò un uomo alto, con il cranio completamente rasato. Poteva essere vecchio, ma con un viso sorprendentemente privo di rughe. Gli occhi rossi. Iniziò a ripassare la litania mentale delle benzodiazepine: Tavor, Xanax, Valium, Ansiolin, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans mentre si disponeva a sentire. Amerigo, si presentò l’uomo, d’accento che poteva essere piemontese. E si sedette, e senza aspettare nessun cenno da Sigurd parlò, quasi come lui non ci fosse. Il racconto iniziava lontano, quindici anni prima, sulla strada per il lavoro. Ingegnere, addetto alla filiera produttiva di un’industria chimica. Casa. Famiglia. Lavoro. Sulla strada per l’azienda, lungo una strada laterale fatta quasi per sbaglio, in un giorno che aveva deciso di allungare la sua passeggiata una lapide, quasi invisibile al centro di un muro giallo. Fabio Turchetti. 1927-1944. Morto per la libertà. Nè foto, nè fiori. Un portafiori ossidato e vuoto. La foto. Diciassette anni. Per la libertà. Chiese, per curiosità, alla segretaria. Niente. Cercò su Internet, su Internet si trova tutto. Niente. Iniziò a passare sotto la lapide tutti i giorni. Non era vicino ad una porta, era sul lungo muro di cinta della fabbrica. Perchè lì? Forse era morto in quel punto. Armi in mano o fucilato? Trovò la storia in biblioteca, in un Martedì in cui uno sciopero per questioni nazionali aveva bloccato l’impianto. Un sabotatore scoperto e fucilato davanti agli altri operai schierati, per dare un esempio. Aveva manomesso una linea di produzione che serviva la raffineria. Un piccolo gesto. Pensava che certamente non si sarebbe notato. Forse una spia al suo fianco. Così per Fabio, a diciassette anni, era finita. Il giorno dopo portò dei fiori alla piccola lapide. Diventò un’abitudine. Martedì e Venerdì. Due fiori, una sosta breve, nessun gesto, non era uomo da gesti avventati, disse Amerigo di sèstrofinandosi la guancia. Forse era stata avventata la foto. Aveva trovato in biblioteca una foto, ne aveva fatta fare una copia di buona qualità e l’aveva piazzat proprio sotto la lapide. Nessuno gli aveva detto nulla, nessuno aveva notato la cosa. Iniziò ad informarsi. Decine e decine di ragazzi fucilati giovanissimi. Disertori, partigiani, sabotatori, passanti. Lapidi appese silenziose ad un muro. Vuote. Usò il programma messo a punto da un giovane stagista per ottimizzare il suo percorso. Ogni giorno una tappa all’inizio, poi due, tre, quattro, cinque. Un raffinato programma di spostamenti e passaggi per curare i suoi altari. Fiorai avvisati che gli facevano trovare l’occorrente senza troppe file, il conto saldato a inizio mese. Fuori da ogni giro ufficiale, evitati i morti su cui facevano bella mostra le corone dell’Anpi, ingiallite dallìAprile precedente. La cosa aveva iniziato ad influire anche sui suoi orari di lavoro, ma tanto ad un dirigente anziano si poteva perdonare qualche ritardo, e con la famiglia. Non aveva raccontato niente a nessuno. I Sabati mattina li riusciva a giustificare facilmente. Le Domeniche era più difficile. Quando per colpa di qualche insulsa cerimonia con i parenti doveva saltare qualche visita ci restava male, ci pensava a lungo. Un file con tutti i nomi, i luogi, le date, le cause di morte. Lo sapeva il dottore quanti altari improvvisati ci sono in giro per l’Italia? Incidenti stradali, collassi improvvisi, violenze impreviste. Mi creda, dottore, i morti nei cimiteri non ci stanno più. Le ossa sì, ma la memoria è per strada. Poi, improvvisa la partenza. Un clic. Aveva cancellato tutti i file. L’ottimizzazione del percorso, i dati storici, i fiorai. Solo un ultimo passaggio da Fabio Turchetti, morto per la libertà, inizio di tutto. Un passaggio veloce e poi via. Non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, lui. Ora, però, ci si svegliava la notte. Tutti i nomi, gli ritronavano in mente uno per uno, tutti i nomi. Li snocciolava in testa fino al mattino, fino a quando si doveva alzare. A volte riusciva a dormire un ora, a volte due. Ecco, disse Amerigo, questo è tutto. E prima che Sigurd potesse replicare si alzò e se ne andò.
Restò in silenzio, Sigurd. Ecco, si disse, questo è tutto. Pensò a Zaira, la città che non dice il suo passato ma tutto lo contiene, come le linee di una mano. Penso alla loro astronave sospesa a tutto quello, lontana da ogni passato nel tempo e nello spazio, a tutti gli abitanti di questo guscio di noce. Cosa posso fare io per costoro, cosa posso fare io? Era sospeso a chilometri d’altezza, alla periferia di se stesso. Voleva tornare. Voleva andarsene più lontano possibile. Laggiù Diomira, Isidora, Zaira, Zora, Maurilia erano probabilmente già polverizzate. Quassù, in un precario equilibrio di rette e tubi, forse una nuova città. Non sapeva più quale posto, a quali condizioni. Cosa aveva da offrire. Amore, forse, poteva bastare? Proprio in quel momento l’infermiera riaprì la porta; con un sorriso traverso il ragazzo alto, il capitano Flint, entrava guardandolo negli occhi.

14 ottobre 2010 alle 20:40 |
ma è bellissimo!!!
14 ottobre 2010 alle 20:43 |
Ma quanto siete veloci a leggere!!!!
14 ottobre 2010 alle 20:50 |
passavo per caso…
14 ottobre 2010 alle 20:52 |
Capitolo struggente, tenero, luminoso…
Avanza una benzodiazepina qualunque, per caso?
14 ottobre 2010 alle 20:57 |
Vi avevo strapazzato abbastanza, bisognava staccare. E poi siamo nello spazio…
14 ottobre 2010 alle 20:58 |
giusto. qualche morto, perché no
scherzo eh…
bellissimo, come sempre!
15 ottobre 2010 alle 05:41 |
Chik, questa l’ho letta con più tranquillità e finalmente non in apnea. Però mi ha tolto il fiato lo stesso
15 ottobre 2010 alle 07:05 |
Ma poi si pubblica? Eh? Yes, we can!
15 ottobre 2010 alle 07:30 |
@Burberi Call me Breathtaker!
@Ste’ Ma più pubblico di così! (Io non ho granché il feticismo della carta stampata…)
20 ottobre 2010 alle 21:15 |
senza parole!
grazie per questa perla chik!