La fatica, aveva sempre pensato Serenus, è un abito mentale che ti si cuce addosso se solo tu fai l’atto di prestarle attenzione. Il difficile, si diceva, è proprio scacciarla dalla mente dopo averla evocata, saper convinvere con la parola fatica e il suono che essa produce, svuotando la mente da ogni concetto. Un esercizio zen, un applauso con una mano sola, e ngià nel perdersi in queste divagazioni poteva sentire meno la fatica; a meno che non avesse preso coscienza del fatto che il filo dei suoi pensieri si addipanava altrove. Altrimenti, prima o poi, sarebbe ricomparsa nei suoi pensieri. E l’avrebbe sentita. D’altra parte, ma questo non poteva neanche pensarlo se non voleva cedere alla fatica, erano certamente ore che lavoravano.
Dopo che avevano preso a risicata maggioranza, a conclusione di una discussione interminabile, la decisione di provare a tornarsene all’esterno, dopo aver mandato un gruppetto esplorativo su per lo stretto cunicolo mentre molti di loro restavano in un’attesa che era facile definire trèpida, dopo aver constatato che l’uscita del cunicolo era ingombra di macerie, dopo tutto questo non era rimasto che inziare a scavare per creare un buco tra le macerie. Un lavoro lungo. Un lavoro lento. A mani nude. Scavare non era l’espressione giusta. Sia perchè la direzione dello scavo procedeva dal basso verso l’alto, dunque logicamente inversa rispetto al solito, pensava Serenus, sia perchè si trattava, in realtà, di districare un cumulo di materiali fra loro incongrui in maniera tale da riuscire a procedere evitando crolli che accumulassero ancor più materiale nel loro cunicolo. Un lavoro delicato e paziente. Quella striscia argento davanti a lui era certamente la gamba di una sedia. Che non si poteva tirare via senza prima capire cosa l’avesse bloccata e in quale posizione, se fosse possibile estrarla, seppur lentamente o se bisognasse cambiare direzione di scavo per evitarla. Tutto questo rimuovendo a mani nude una melma di mattoni sbriciolati, terra, legno e chissà cos’altro. Passando parte di questa melma a chi ti seguiva nella fila, che l’avrebbe a sua volta passata e via così, lungo lo stretto cunicolo che non andava assolutamente intasato di detriti.
Oltre ad evitare accuratamente le gambe delle sedie incastrate, i cocci di vetro, l’accumulo dei detriti, c’erano altre cose che bisognava assolutamente evitare, che Serenus si era riproposto sin dall’inizio di quella operazione di scavo, di evitare con ogni mezzo. Di pensare all’aria, ad esempio. Sarebbe bastata? E per quanto? Ne entrava di nuova e fresca oppure si sarebbe lentamente intossicati del loro stesso ossido di carbonio. Di pensare all’esterno, ad esempio. Che ne era di Gondor e Kob, possibile che quel bastone scuro che reggeva la tremolante volta fosse un braccio, per caso? E più lontano ancora. Che ne era delle persone che ci aspettavano fuori da quel buco. C’erano morti? E sopravvissuti? E quello che era appena passato era un evento unico o l’antipasto di devastazioni peggiori. A questo, appunto, non bisognava pensare. Nè alla fatica delle braccia e delle gambe. Nè all’intorpidimento delle mani e dei piedi. Nè alla sete che gonfiava la lingua. Nè al sonno che rallentava i pensieri.
Una serie piuttosto lunga di proibizioni, pensava Serenus, che sarebbe riuscito a rispettare solo concentrandosi ancora di più sul gioco di incastro di piccoli pezzi di legno con i quali costruiva una sorta di volta per quella che si andava configurando come una vera e propria galleria nelle macerie. Poteva aver avuto otto anni quando, ricordava, aveva passato un intero pomeriggio di una vacanza estiva a costruire una diga di piccoli legni. Il canale d’acqua, un minuscolo torrentello alpino che tagliava il prato davanti alla baita in cui i suoi genitori avevano affittato due stanze, sembrava abbastanza minuscolo da permettere una piccola opera di ingegneria idraulica. Assieme a suo cugino, la cui sorte derubricò immediatamente tra i nuovi pensieri da evitare, avevano progettato e costruito il loro sbarramento, con tanto di zona in cui regolare il deflusso di un rivoletto, e con loro sorpresa avevano visto il piccolo bacino, il lago dei loro sogni, riempirsi con quella parte di acqua che, blocccata da un intrico di rametti e foglie e sassi ben piazzati in punti strategici, non riusciva a passare. Un lavoro di un intero pomeriggio, increduli e felici i genitori, ignorando la fatica ed il freddo alle mani spesso immerse in quell’acqua tagliente. Non che adesso il freddo non si facesse sentire. Subgenere delle lamentazioni, pensiero che Serenus classificò senza indugi come: “da evitare”. La diga. Una costrzuione, iniziò a tirare una grossa sbarra di legno che non sembrava incastrata troppo malamente, che suscitò l’invidia e l’ammirazione degli altri ragazzini del paese . Sembrava impossibile che uno di quei bambini di montagna, il cui cuore sembrava della stessa materia delle Alpi, mai che fosse possibile farsi invitare ad un gioco assieme, mai che evitassero di prenderlo in giro, gli facesse i complimenti per la diga. Complimenti interrotti dal sopraggiungere dell’ora di cena. Poi, nella notte, una pioggia furiosa, come quella, avrebbe voluto dirsi, che aveva annunciato quel disastro, aveva spazzato la diga e cancellato i confini dell’invaso, il torrente almeno raddoppiato in larghezza, gonfio, impetuoso. Estratta la grossa sbarra di legno, con i polpastrelli indolenziti e la netta sensazione che facesse veramente freddo, ci si poetva dedicare, senza neanche pensare a chiedere il cambio, a spostare quello che sembrava essere un soprammobile di peltro, un vaso ingombrante e panciuto, di metallo gelato, coi polpastrelli delle mani quasi insensibili, pensiero da evitare, che raddrizzato poteva sorreggere l’asse, stabilizzare lo scavo. E nel tirare quella pancia gelata Serenus si rese conto, senza poterlo evitare, che un vento gelido entrava dal varco che il vaso occupava, un gelido vento ed una luce non forte ma evidente e chiara, e che, dunque, lo scavo era giunto alla fine. Si fermò un secondo. Si girò. Dietro di lui Grenouille cercava una sistemazione provvisoria per il vaso. Credo che ci siamo, disse, sottovoce, e forse nessuno capiì subito. Odore di aria al posto del persitente odore di umido. Sembrava che il buco lasciato dal vaso potesse reggere. Lo allargò. La testa. Infilò la testa e passò fuori, non senza fatica e piccole ferite. Erano fuori. Il cielo era coperto da una bassa nebbia bianca, l’aria quasi immobile su quel cumulo di detriti. camminò verso un muro squarciato per vedere dietro. Il palazzo non c’era più. Cos’altro? Stava uscendo anche Capobanda e lo raggiunse, portando in mano una specie di piccola vanga di fortuna costruita coi relitti. ‘agitava nell’aria. Introibo ad altare dei, pensò Serenus. E poi Dietro Grenouille. Stavano uscendo. Si affacciò dietro il muro. Era in cima ad una montagna altissima, si affacciava su di una valle profonda. Un canyon nero, largo un paio di metri, tagliava la valle come una ferita. Tutto era ricoperto di neve. In lontananza montagne bianche su montagne bianche. La nebbia non lasciava molta visibilità. Arrivò Capobanda al suo fianco. Guardò e lo guardò con fare interrogativo. Il lago, dov’è il lago. Svuotato, rispose Serenus, non c’è più un filo d’acqua. Solo neve. Cos’è successo? bababadalgharaghtakamminarrronnkonnbrontonnnerronntunnthunnntrovarrhounawrskawntoohoohordenenthurnuk! rispose Serenus. Capobanda lo guardò strano.Cosa vuol dire? Solo che siamo vivi, replicò Serenus, solo che siamo vivi.

20 ottobre 2010 alle 05:21 |
che bello… chik, riveli uno spirito poetico davvero sorprendente. anche alle sette del mattino…
20 ottobre 2010 alle 06:00 |
mi associo a Chicca.
Però adesso mi è venuto freddo… mi immedesimo troppo quando leggo il fogliettòn…
20 ottobre 2010 alle 06:43 |
càspita..si avverte un retrogusto joyciano in questa puntata!
20 ottobre 2010 alle 06:58 |
Mi fa piacere che si noti (mica per caso…voglio dire, Serenus…lo avete mai sentito parlare di Joyce?
)
20 ottobre 2010 alle 10:52 |
Qui tra claustrofobia e vertigini c’è l’imbarazzo della scelta….
Qualcuno un giorno ci spiegerà perchè questo ragazzo insiste con la matematica, invece di darsi alla scrittura!
Va bè vuol dire che lo farà dopo aver ritirato la Medaglia Fields (si crive così??)
20 ottobre 2010 alle 11:40 |
e come dicono i bimbi: “e poi?”
20 ottobre 2010 alle 19:39 |
Ehmmm brutte notizie Carol, per la Fields bisogna avere meno di quarant’anni e io son già fuori quota… però sono ancora in tempo per vincere uno zainetto di Winnie Pooh con i punti della tessera Sidis :/
E poi Orne, e poi? Eh. Se vi dico tutto subito…
20 ottobre 2010 alle 21:23 |
NUOVO COMMENTO
Che sia il parto plurigemellare d’una montagna, dalla quale nascono (in rigoroso ordine di età) i gemelli Serenus, Capobanda e Grenouille? Saranno questi gli dei del nuovo Walhalla? O è già qui adombrato (sono gemelli!) il destino più profano che unì Siegmund e Sieglinde (sento come giunger il rumore di ceffoni). O forse no (donne, sorelle, fermate la mano giustiziera!) dato che il povero Serenus (unico maschio della prole Welsunga) si schianta giù per la montagna come già lo sfortunato Tim Finnegan rotolò giù per le scale di casa? Renderà un boccale di birra il sonno della morte men duro?
21 ottobre 2010 alle 06:42 |
me fate mori’, che siate scrittori, protagonisti o commentatori!