E se domani

Ste’ guardava la sua mano, con l’ostinazione di chi non avesse veramente null’altro da fare. Tremante. La mano. Un tremito di cui era difficile capacitarsi, se pensava al fatto che già da un quarto d’ora si stava imponendo di farlo terminare, senza alcun effetto. Le ultime ventiquattro ore. Non potevano essere successe davvero, non a lei, davvero. Riuscì persino a sorridere ripensando al libro dei Promessi Sposi appoggiato con sgarbo distratto su di un tavolino. Poi quel pensiero ne portò altri, di più dolorosi. Non voleva sapere dov’era, ora, quel tavolino. Nè il libro. Nè tutto il contorno di cose e persone che circondava il tavolino. Quello che, un po’ enfaticamente, avrebbe potuto chiamare la sua vita. Voleva solo smettere di tremare. Guardando la mano, che, oggettivamente, era l’unica cosa, in quel momento, che poteva guardare conservando un po’ di lucidità. O di serenità. O di tranquillità. O, uffa, tante parole. Conservare quello che era. Prima. Avrebbe guardato anche Paolo, magari con occhi riconoscenti. Ma non sapeva bene come si guarda qualcuno che ti ha, con ogni probabilità, salvato la vita.  E comunque non prima di smettere di tremare, non prima di aver fermato quella dannatissima mano, che aveva certo le sue buone ragioni, il freddo, l’adrenalina, ma insomma, adesso basta!

Non se l’era immaginato così uno tsunami. Per lei un’onda di dieci metri era semplicemente una replica più grande delle onde che d’estate la travolgevano nell’acqua bassa, quando il vento era forte. Un frangente alto dieci metri. Non c’era stato nessun frangente. Semplicemente dal tetto del palazzo avevano visto l’acqua alzarsi, qualcosa di più simile ad una inondazione. Prima un metro d’acqua. Abbastanza da portare via gli alberi più piccoli, spostare qualche utilitaria, trascinare mucchi di stracci che con ogni probabilità dovevano essere persone. Poi due metri d’acqua, non più verdastra ma marrone, con al seguito un corteo di alberi enormi, panchine divelte, auto semiaffondate, carriole, cartelli stradali, e rumore di vetri infranti dagli urti, urla strappate, stridori inimmaginabili. Per fortuna a quel punto il vento era già tanto forte che sentire qualcosa di distinto era impossibile, neanche le scarne indicazioni di Paolo che li aveva legati con una corda trovata chissà dove ad un pilastro di cemento. Stare in piedi, sotto quel cielo verdastro, si era fatto quasi impossibile, e l’acqua che cadeva dal cielo, gelida, li aveva già inzuppati in ogni strato di vestiti. Poi tre metri d’acqua, sopra tutti i piani terra, ormai invasi, rendendo impossibile da riconoscere la città e le cose attorno. E poi ancora, sempre più a salire, sotto un cielo sempre più basso e più verde, con un rumore sempre più atroce dell’acqua e sempre più basso del vento. Quando avevano visto i palazzi più bassi farsi in pezzi, a volte con un corollario di persone arrampicate sul tetto, ed essere portati via in frammenti dalla corrente velocissima Paolo aveva assunto un’espressione veramente preoccupata. Reggerà questo palazzo, aveva strillato lei, durante una raffica meno forte, reggerà? Non aveva sentito la risposta, ma gli occhi di Paolo contraddicevano l’annuire della testa. Riparandosi a malapena era rientrato nel palazzo quel tanto che bastava per scardinare le due porte di legno d’accesso al terrazzo ed iniziare a costruire una zattera maldestra, fatta di un intrico di corde e cavi delle antenne, che strappava con rabbia dai supporti. Veramente pensava che quell’arnese avrebbe potuto sorreggerli? L’acqua aveva raggiunto almeno l’altezza di metà palazzo, e vorticava ad una velocità che sembrava impossibile da sfidare, trascinando ogni sorta d’oggetti contro gli altri palazzi, fracassando ogni cosa sul cammino. Aspetteremo, aveva ripetuto Paolo due o tre volte per farsi capire nel frastuono, aspetteremo l’ultimo momento, se l’acqua sale ancora non troveremo molti ostacoli, il palazzo è alto. Poi le fece capire che se fossero dovuti salire su quella traballante zattera si sarebbero dovuti legare assieme. Per non perderci, strillò. Ste’ pensò che in questo modo se uno dei due fosse affogato avrebbe trascinato a fondo anche l’altro. Non ebbe il coraggio di dirlo. Morire affogata. Aveva letto che quando ci si vede persi conviene iniziare ad ingoiare acqua, è il modo più veloce per perdere i sensi. Si chiedeva se, al dunque, ne avrebbe veramente avuto il coraggio. Il freddo la intorpidiva al punto che anche muovere le dita era difficile. Dalla tromba delle scale, spalancata, saliva uno stridore infernale. Ogni tanto si sentivano delle esplosioni. Probabilmente qualcosa che cedeva. Su una più forte l’intero terrazzo si inclinò nettamente da un lato. Ste’ scivolò, verso la parte che franava nell’acqua, e la corda che Paolo le aveva legato in vita la trattenne, ma non le impedì di battere un ginocchio con violenza. Le usciva del sangue. Paolo strisciando sul tetto inclinato la raggiunse. Dobbiamo andarcene, dobbiamo andarcene. Le avvicinò la zattera, ci si aggrapparono, legarono e si lanciarono giù verso  l’abisso d’acqua, prima che le onde mugghianti trascinassero in basso anche l’altro pilastro. Appena la loro barca di fortuna toccò l’acqua furono trascinati in un vortice velocissimo, Ste’ fece in tempo a pensare che lo strattone sembrava quello di un gigantesco gioco da luna park, e si infilò quasi ridendo sotto uno strato gelato di fango e schiuma e detriti, e ci sarebbe forse rimasta, a chiedersi se bere quella schifezza oppure no, se Paolo non l’avesse trascinata di forza sul loro mezzo altalenante.

Poi, per ore, il caos. Ad una velocità folle avevano raggiunto un grosso barcone, una vera barca, con delle persone a bordo, che gridando e lavorando erano riusciti ad agganciarli, ma non a farli salire, e così, in precario equilibrio, avevano attraversato quello che era stata la sua città, fino a che il barcone si era sfasciato contro un enorme tubo di metallo, con ogni evidenza il relitto del San Nicola, lo stadio, scaraventando tutti di nuovo in acqua, loro adesso, però agganciati ad un frammento di legno più solido. E poi di nuovo. Ste’ aveva perso il conto delle volte in cui era stata completamente sommersa, delle volte in cui era stata certa di affogare, delle volte in cui Paolo l’aveva strattonata per la corda, come se non fosse anche lui ferito, fino a recuperarla. Poi, lentamente, la corsa si era fatta meno folle. Le acque meno vorticose, il cielo appena più chiaro. Anche se nevicava, nevicava con una forza tale che quando riuscivano a restare fuori dal pelo dell’acqua per qualche minuto le loro teste si facevano bianche.

Dopo ore, dopo un giorno, il lento approdo. Ora, finalmente sulla terra di una collina, davanti ad uno scenario devastato e privo di presenze umane, provavano a scaldarsi.

   E Ste’ fissava la mano. Doveva smettere di tremare.

9 Risposte a “E se domani”

  1. FRC Dice:

    …minchia…

  2. eos27 Dice:

    Non penso di potercela fare.
    A smettere di tremare, intendo. :)

  3. chik67 Dice:

    Paura eh?

  4. eos27 Dice:

    Asssssai! eppoi eppoi eppoi? eh?

  5. Carol Dice:

    Però, questi uomini del SLS che consolazione!!
    Virili nel senso alto e nobile del termine!

  6. Mav Dice:

    Urca che apocalissi! Adesso dovrebbero mancare le cavallette e poi John Belushi, giusto ; ) ?

  7. Serenus Dice:

    Cinque stelle *****
    piaciuto molto.
    Per dirla alla Ciriffo: esso è un racconto di uno tsunami che ti rende la pelle accapponata.

  8. chik67 Dice:

    @Carol Le avventure senza avventurieri che gusto hanno? A noi gli eroi di vecchio stampo ci garbano assai…

    @Mav. Uhmmm…le cavallette… no, le escludo, gli insetti non mi son mai andati a genio. Però in realtà tra le apocalissi classiche ce ne manca ancora una, e arriverà pure quella!

    @Serenus Prendo atto del fatto che la puntata che non è piaciuta a me è piaciuta a voi… Apprezzate gli tsunami! Chi l’avrebbe mai detto. Mi dovrò rinchiudere in una clinica per farmi disintossicare dai vostri complimenti quando il Feuille sarà finito…

  9. orne Dice:

    @basta renderlo infinito.. sarebbe un bel jest
    infiniti complimenti :)

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