Fumo di fumo

Prezioso più di un olio profumato il ricordo. A questo pensava Carol, ritta là fuori, al freddo, gli occhi piantati su di una doppia fila di piccole impronte che sbiadivano in lontananza nel bianco che li circondava, lambendo la ferita profonda del crepaccio nero. Passi di persone il cui ricordo sbiadiva. Ricordo di discussioni alterate, nervose, isteriche, che avrebbe preferito dimenticare. Non erà così che sarebbe dovuta andare quella giornata, ora che finalmente erano liberi da quel cunicolo stretto, che la faceva rabbrividire. Ma prezioso il ricordo, triste l’essersi sfiorati per perdersi subito, buia la scelta, e dubbia come tutte. Si sarebbero rivisti? Per ora poteva solo restare là fuori, con gli occhi su quella fila di impronte e nel cuore la speranza di vedere mantenuta la promessa, un segnale da una lontananza che non si poteva più penetrare, per essere sicuri che tutto andasse bene.

E’ caro più del giorno in cui si nasce il giorno della morte. Parole dure, difficili. Ma parole da tenere a mente, nella loro situazione. Parole troppo difficili da tenere a mente nella loro situazione. Che giorno era oggi? Un giorno di nascita, non era rinascere quell’uscire tutti assieme da uno stretto pertugio fino a rivedere la luce, anche se la luce di un mondo stravolto? Un giorno di morte. Non era morte separarsi dagli amici, abbracciarli, dare loro una parola di viatico, dopo un litigio straziante che aveva visto volare parole che non avrebbero dovute essere dette. Carol rabbrividì, ad una raffica di vento che le portò in viso una manciata di polvere gelata.

Meglio tu vada ad una casa in lutto che ad uno spaccio di bevitori. Non che ci fossero spacci di bevitori là fuori ad attenderli. Tutto il pianeta era, probabilmente, una casa in lutto, Tutti erano in lutto. Tutti avevano persone da cercare, cari da ritrovare, luoghi da rivedere. Tutto il mondo era lapide, segnale, disastro e richiamo al tempo stesso. Ma non avevano nessun segnale da quella gigantesca casa in lutto che si stendeva di fronte a loro. Non era più saggio cercare prima di capire cosa era veramente successo, quanto fosse esteso lo sconvolgimento? Stringersi e aspettare. Questo aveva detto: stringersi e aspettare. E rimanere uniti, pur nelle proprie ansie, nella propria urgenza di sapere.  Organizzare una parvenza di sopravvivenza nella convinzione che di lì a poco dal mondo in lutto sarebbe arrivata una mano tesa. D’altronde non si vedevano luci dai paesi sulle rive del lago, non c’erano segnali che indicassero qualcuno al di là della valle bianca e frastagliata che una volta era il lago. E rimanere uniti.

Sull’uomo che finisce, vivo abbil il cuore fisso. Il cuore, appunto. Non il viso, non il corpo, non gli occhi. Ma il cuore. Avere il cuore rivolto alle altrui fini e le braccia strette al proprio inizio. Organizzare, come subito si erano messi a fare Serenus e Burberi, senza neanche chiedere, un rifugio. Preoccuparsi delle scorte di viveri, di un fuoco per riscaldare, di spazi dove riposare ed essere riparati che non fossero quello stretto budello che portava, forse, alle viscere della Terra. Rimuovere parte delle macerie, cercare tracce di Gondor e Kob che sembravano come svaniti, rendere più sicuro da crolli quel fragile cunicolo che avevano scavato, cercare vestiti per coprirsi, acqua per bere e lavarsi, ed ogni tipo di materiale che oggi, domani, dopodomani avrebbe potuto allontanarli dalla fine. Tenendo il cuore fisso sul pensiero sconfortante che forse figli, genitori, mariti, mogli, amanti, compagni di vita, amici fraterni, mnemici giurati potessero, in questo momento, essere già morti. E dalla doppia fila di passi che si perdeva lontano ancora nessuna luce.

Nell’attristarsi il viso più bello si fa il cuore. Scendi Carol, si sta facendo buio, e probabilmente son già troppo lontani. Questa era la voce di Chik che la chiamava, sempre così razionale, così analitico, sempre così compreso nei suoi pensieri. Aveva detto poche cose, nella discussione animata. Una l’aveva colpita. Conoscere è l’unico modo per decidere. Voleva sempre sapere, imparare, capire. Per questo anche lui, domani, se ne sarebbe andato. Partivano con la promessa di tornare. Lui, Mav, Mitomanu, TGW, Capobanda. Alla ricerca di qualcosa che non sapevano. Per vedere cos’era successo, per cercare aiuto, per riannodare le fila senza stare in attesa. Gli altri sarebbero rimasti. Lei sarebbe rimasta. Bella in viso, triste nel cuore, pensò. Nera nel cuore. Ma cos’era questo bisogno di scattare, scappare, allontanarsi. Non vedevano il rischio di perdere il poco che ancora avevano. Un gruppo di amici. Assieme e sopravvissuti, per ora. Un dono speciale. Ognuno di loro sarebbe potuto essere solo a fronteggiare in quel disastro. Invece erano assieme. Assieme. Perchè non restare ancora assieme?

Il cuore dei sapienti sta in una casa di lacrime. E casa di lacrime era, la sua. Non che fosse così sapiente. Ma le decisione di Chicca e Procyon l’aveva straziata. Loro due partivano subito. E non per tornare, ma per cercare, per ritrovare, per ricostruire quello che non c’era più. Certo, sulle tracce di un figlio, di una moglie, di genitori. Con quale prospettiva? Forse non sarebbero riusciti neanche ad uscire da quel catino gelato. Il freddo. Quanto sarebbe stato freddo di notte, dove avrebbero dormito? I crepacci. Pendii tanto ripidi da dover essere affrontati con le mani e con le braccia. Il cibo, avrebbero trovato cibo, e per quanto? Altre tempeste, terremoti. Era sapiente pensare di poter ingaggiare un braccio di ferro con la natura e sconfiggerla, tutto da soli? Era fiducia sconfinata nelle proprie capacità, quella di Procyon, che non dava per certo di farcela, ma che dava per sicuro di mettersi alla prova, come un comandante di nave che veda arrivare un inevitabile tifone. Era furia scatenata quella di Chicca, che tutti avevano provato a far ragionare ma che aveva reagito schiumando rabbia, sbuffando, imprecando, scalciando come un animale nervoso, soffiando come Cindy dal veterinario. Lei sarebbe partita. Oggi stesso. Lo aveva detto subito. E infine, a dispetto di ogni contrario consiglio, lo aveva fatto. Erano partiti, loro due assieme, con un’attrezzatura improvvisata e insufficiente. Dopo abbracci strazianti. Promettendole, per por fine alle sue proteste, di fare un segnale con la loro potente torcia, nella loro direzione, finchè fosse stato possibile. Segnali che da più di un’ora non vedeva. E stava facebdo buio. Rabbrividì ancora.

Meglio per te ascoltare mugugni di un sapiente che al gorgheggio di un pazzo prestare orecchio. Erano gorgheggi di pazzo. Mugugni di sapiente. La realtà è che non potevano sapere niente, non ancora. E quindi tutti loro erano pazzi, nessuno sapiente. Tutta la loro lunga discussione, lo scontro tra chi voleva partire subito, chi domani, chi voleva aspettare non erano altro che gorgheggi di pazzo, inutili gorgheggi a cui non sarebbe seguito nessun canto. Lei sapeva solo che quello che più temeva si sarebbe realizzato. Si dividevano. Chi avrebbe rivisto, di loro? Se le speranza di ritrovare a breve visi noti in quell’inferno che si era sviluppato sembravano così basse, perchè perdere i pochi che ci stavano vicini. Non lo riusciva a capire. Continuava a non capirlo. Non lo avrebba mai, mai capito. Forse era pazza lei, forse sapienti loro. Ma il giorno della morte poteva essere caro solo avendo qualcuno vicino. Non sola, capì qual era il pensiero che le si annidava nei meandri della mente da quando aveva visto lo sconvolgente scenario del lago prosciugato. Non voleva morire da sola. Chik la chiamò ancora. Arrivo, arrivo, rispose. Guardava fisso, in lontananza, nella direzione della doppia fila di passi.

Ed è  fumo anche questo. Nessun segnale. Non avrebbe visto nessun altro segnale da quei due. Rabbrividì senza vento, questa volta. Non oggi. Nessuno.

3 Risposte a “Fumo di fumo”

  1. Carol Dice:

    Quanta fantasia e quanta verità in questa puntata!

    Caro Chick la tua mente e la tua anima traboccano di cultura e saggezza, levità e tenerezza, lucidità e speranza.

    (Hai citato anche la mia Cindy! Non mi ricordavo neanche di aver raccontato di come soffia dal veterinario!)

    Come dice Ste’, ti lovvo e ti adovvo!! ;-) ))

  2. eos27 Dice:

    No, va detto: il ragazzo è serio… (mi rendo disponibile a fornire in altra sede versione vernacolare di tale assunto). :D grazie per la citatio, Carol!

  3. chik67 Dice:

    Accipicchi, se tutte queste doti riuscissi a metterle nella mia vita invece che in un blog sarei un guru da prima pagina dei giornali…

    Invece.

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