C’è un tavolino. Piccolo. E un uomo seduto a questo tavolino, chino sul piano del tavolino, illuminato da un abat-jour. E’ un uomo di mezza età, il cranio in parte scoperto, la barba non rasata, gli occhiali. E’ chino e scrive su di un singolo foglio bianco, che ha accuratamente numerato in alto a destra, con una penna dalla punta sottile, con una grafia ancor più esile e minuscola, che riempie da cima a piedi ogni spazio nel foglio, escluso l’angolo riquadrato dove in ampie cifre ha vergato il numero, e a tratti cancella con segni metodici che coprono ogni tratto, e aggiunge in caratteri ancor più piccini sfruttando l’impercettibile interlinea. Alla destra della sua sedia un’alta pila di fogli bianchi, da cui attinge con regolarità. A sinistra della sua sedia la pila dei fogli scritti, da un solo lato, che dispone meticolosamente a faccia in giù, non prima di aver ricontrollato scrupolosamente due volte l’ordine dei numeri di pagina. Quando alza la mano sinistra un incaricato si avvicina alla pila di fogli scritti e la porta via. In questa occasione l’uomo si raddrizza sulla sedie, allunga entrambe le braccia sopra la testa, le dita intrecciate, e stira i muscoli delle spalle e del collo. Compie alcune brevi circonduzioni del capo. Prende un nuovo foglio, su cui dispone un numero zero. Traccia un grande ovale al centro del foglio, sembra fermarsi a riflettere per qualche secondo, poi scrive un titolo, generalmente breve, a larghe lettere, dentro l’ovale. E poi riparte ininterrotto.
La scrivania sta su di un’alta pedana, al termine di uno stanzone altissimo e dal soffitto che si perde nel buio, forse una volta una chiesa o il largo refettorio di un monastero. Il resto dello stanzone è illuminato solo da alti candelabri. La scrivania, quindi, con la sua abat-jour sembra risplendere. In questo splendore non si può non notare un particolare curioso. L’uomo è completamente nudo. E continua ininterrotto a scrivere.
Quello che una volta poteva essere un abside è completamente ricoperto di scaffali, pieni di quelli che ad un’occhiata sommaria sembrano essere libri. A parte rare eccezioni, però, si tratta di fascicoli rilegati, a volte in maniera più rozza, altre volte in maniera decisamente più raffinata. Ad aprirli si scoprirebbe che al loro interno i fogli sono vergati a mano, tutti con la stessa grafia. Quella dell’uomo nudo. Raramente superano le duecento pagine. A volte, però, sì. Sulla prima pagina è riportato il largo ovale con il titolo, tracciato da mani diverse, che hanno scrupolosamente cercato di riprodurre la grafia dell’originale.
Due uomini guardano l’altro che scrive. Stanno in piedi, ad una certa distanza e sicuramente più in basso della scrivania. Sono vestiti in maniera da ricordare certi monaci medioevali. In particolare la loro tunica marrone, dal tessuto pesante, comprende un ampio cappuccio che portano entrambi sulla testa, di modo che, nella penombra, il loro viso risulta praticamente invisibile.
“E’ sempre una meraviglia guardarlo”, dice il più alto dei due, che dai modi deferenti sembra essere quello dotato di minore autorità, al primo.
“Già” commenta seccamente il secondo “una meraviglia che non si deve interrompere”. Poi, dopo un breve silenzio riprende, “ha mangiato stamane”.
“Poco, come al solito” gli risponde il primo, sinceramente afflitto.
“Sembra che stia perdendo peso” continua il capo. “Non ci possiamo permettere di perderlo. Sarebbe la fine dei nostri progetti”.
“Non ne nascono tutti i giorni” sembra quasi piangere, ora, l’uomo alto, sotto il cappuccio.
“Non è un fatto di nascere, quante volte te lo devo dire” sbotta ora la voce aspra e profonda che viene dal cappuccio inferiore. “Il percorso che ci porta un ba’al teshuvà non è già scritto. Non era scritto che lo dovesse diventare, non era scritto che arrivasse da noi. Noi, ora, dobbiamo permettergli di creare. E’ il nostro Yesod, la prima delle nostre sette Sephirot superiori, sarà lui ad indicarci la strada per raggiungere le altre. E’ lui la nostra difesa dall’apocalisse.”
L’uomo alto annuisce preoccupato. Ogni tentativo di convincere l’uomo a mangiare qualcosa di più dei due bicchieri di latte, quello mattutino e quello serale, fallisce. Ogni tentativo di convincere l’uomo a vestirsi, oppure a mettersi almeno addosso una coperta per non prendere freddo, fallisce. Ogni tentativo di convincere l’uomo a riposare in un letto e qualche ora in più delle tre ore che dorme incurvato sul suo tavolino, fallisce. E il suo corpo si sta visibilmente deteriorando. Eppure la velocità con cui produce le sue pagine sfavillanti sembra quasi accelerare. Non parla mai, esplicita i suoi dinieghi scrollando il capo. I suoi occhi sono sempre accesi, sono sempre pieni di luce, sembrano felici. Ma quando gli si propone un cambiamento si fa scuro in volto, aggrotta le sopracciglia e scrolla la testa, scacciando l’interlocutore con un semplice gesto della mano, e rinizia a scrivere. Forse potrebbero provare ad aggiungere qualcosa di nutriente dentro il latte. Chissà se se ne accorgerebbe. Uno scalpiccio interrompe i pensieri dell’uomo alto. E’ un ragazzo incappucciato come loro due che giunge di corsa con un biglietto in mano. Si inchina, lo porge all’uomo alto e se ne va camminando all’indietro, il viso incappucciato sempre rivolto verso terra. L’uomo alto apre il biglietto e legge, in silenzio, quello che ci è scritto.
“Allora?” domanda con impazienza il piccolo.
“Sembra che stiano partendo; due sono partiti ieri verso Nord. Un gruppetto più numeroso è partito oggi verso Sud. I nostri li seguono”. Nel silenzio che segue si sente solo il rumore della penna sul foglio, fatto dall’uomo nudo.
“Seguirò il secondo gruppo, di persona”. A questa affermazione perentoria non si ode replica.

27 novembre 2010 alle 11:43 |
ma è mordecai! lo scrivente, dico…
anche se i due bicchieri di latte sono poco credibili per chi ne conosce gli appetiti
27 novembre 2010 alle 11:57 |
No, non è Mordecai lo scrivente…
27 novembre 2010 alle 12:21 |
ma come no???? già me lo vedevo…
accidenti, devo riflettere…
(però potrebbe essere il piccoletto incappucciato)
27 novembre 2010 alle 14:36 |
Io avevo pensato a Sean! Ho vinto?
27 novembre 2010 alle 17:26 |
Chicca, anch’io ho pensato subito a Mordecai!
Se non è lui, buio totale..
27 novembre 2010 alle 17:38 |
Yesod rimanda a Yosef, quindi Giuseppe: può essere una traccia?
27 novembre 2010 alle 19:00 |
io non avevo pensato a nessuno… verrò eliminata? ^___^
(sul fatto che mi sia piaciuta la puntata, non ne sto nemmeno a scrivere…)
27 novembre 2010 alle 21:11 |
La persona che scrive non la conosco in real, quindi la descrizione fisica è del tutto aleatoria (ma di lui verremo a sapere più avanti come è arrivato a quel tavolino).
Sean e con Elsa, erano sull’isola.
E io non ho detto che Mordecai non c’è…
28 novembre 2010 alle 09:45 |
allora: ripropongo mordecai come incappucciato piccolo.
poi: @chik, sappi che in ‘real’ mordecai è partito per l’alta galilea per approfondire… con lui questi scherzetti non si possono fare, come minimo gli hai rovinato una giornata!
28 novembre 2010 alle 21:22 |
Confermo…
30 novembre 2010 alle 06:28 |
Infatti il nostro Lord Mordecor è il capo degli incappucciati, però adesso mi sento la pressione addosso, non vorrei strapparlo al suo maltrattamento corde…