Dormiva, stremata, sul sedile al suo fianco. Il viso quasi più stravolto ora che da sveglia. E lui guidava, lentamente, lungo un’autostrada vuota e buia. Come tante volte. Come in tante serate in cui si era detto adesso vado mille volte e poi solo alle undici di sera aveva trovato le forze per lasciare il lavoro e tornarsene a casa. Una cosa innocente, una scena da roadmovie di serie B. Senza colonna sonora, però. Muta, la radio, su tutte l frequenze. Spenti i pochi lampioni rimasti in piedi ovunque. Spento il cervello che faticava a raccordare tutto. Avevano passato due giorni dentro una casa disabitata e mezzo diroccata chissà dove. Due giorni veloci. Avevano entrambi dormito la maggior parte del tempo, dormito del sonno ottuso dei malati, del sonno appiccicoso dei convalescenti. Non che i tendini stirati, i muscoli contusi, le ossa sballottate, facessero veramente meno male, adesso. Solo che il dolore sembrava familiare, sopportabile. Il fischio nel suo orecchio destro era la cosa peggiore, come un notturno su di un flauto di grondaie. Uno stridore inutile di giorno, utile ora per resistere al sonno. Poi Stè aveva pianto a lungo, davanti a lui, senza parole. Lui si era dichiarato disponibile ma lei gli aveva risposto che no, indietro no. Non vedere, non sapere. Poteva continuare a pensare che fosse tutta una gita. E come sapere, d’altra parte? Come capire se e come e dove qualcuno dei suoi era sopravvissuto? Come avvisare qualcuno che lei era sopravvissuta? Aveva pianto, aveva pianto molto e lui non aveva trovato molto altro che imbarazzo da offrirle. Allora, le aveva detto, seguimi. Io ho un piano. Non è affatto finita. Lei non aveva chiesto un piano per cosa. Aveva solo annuito. Poco più che un bluff. Scarsissime le sue risorse, tanto più che, muti i cellulari, non aveva modo per contattare le persone che voleva contattare. La persona che voleva contattare. Lei. Già. Glielo aveva detto. Le vecchie regole di riguardo e segretezza non valevano più. Cerchiamo di rimetterci in contatto con Chik67 e gli altri. “E come?” aveva chiesto Stè. Uno dei miei, anzi una dei miei. E’ fra loro, nascosta. Una spia, aveva sobbalzato Stè. No, non le piacerebbe essere definita così. Un’amica. Ma non so, non so proprio come contattarla. Stè aveva aspettato qualche dettaglio in più. Ti piacerebbe conoscerla, ne sono sicuro. Ma lasceremo che sia lei a trovare noi. Come sai che è viva? Non lo so. Lo spero. Sembrava proprio poca cosa a Stè, questa speranza che voleva avere un’aria ispirata mentre sembrava solo un esercizio di stile. Lanciò allora una provocazione più grossa. Andiamo a casa di Gondor, al rifugio di Gondor. Ma se lo stavi ancora cercando, ridacchio Stè. Lo troveremo, rispose Paolo, con un tono che stupiì lui stesso, trasognato quasi. Ho molti indizi, lo troveremo. Poi avevano discusso di come muoversi e lui l’aveva stupita. Avevano camminato a lungo fino a trovare una specie di area industriale. Abbandonata, vuota, rattrappita dai terremoti, dal vento, dall’acqua. Non un essere umano, non un animale. Macerie. Tra le altre quelle di un concessionario; la buffa insegna ellittica della Ford puntava verso l’alto, adesso, ma l’edificio sembrava solo parzialmente danneggiato. Era entrato tra quelle travi di cemento pronte a spezzarsi e aveva seguito il tappeto rosso completamente impolverato che portava agli uffici dei venditori, e di lì, tramite le porte posteriori alla reception dell’officina, uno stanzino dai vetri sfondati e ridotto alla metà delle dimensioni originarie dal cedimento di un ampio pannello in cartongesso. Ma intrufolandosi al buio aveva trovato quello che cercava. Le chiavi delle auto in sosta sul retro. Tante chiavi. Centinaia di chiavi. Aveva dovuto cercare a lungo fra le auto parcheggiate. Ora erano su una bella monovolume fresca di fabbrica, solo parzialmente impolverata, provvidenzialmente parcheggiata quasi in fondo al piazzale. Dove nessun calcinaccio aveva sfondato parabrezza, bucato gomme, sventrato portiere. Era stato più difficile riuscire a riempire il serbatoio, ma anche a quello, con un po’ di fortuna avevano provveduto. Per tutto il tempo di questa scorribanda da avventuriero Stè lo aveva guardato quasi con sospetto. Lui non aveva dato spazio a nessun dubbio. Sapeva quello che faceva. Ed era vero, lo sapeva, anche se non sapeva di saperlo, anche se non lo aveva mai fatto prima. Poi avevano iniziato ad infilarsi in quelle strade strette e contorte, di campagna. Fino all’autostrada. Al tramonto, senza aver ancora visto anima viva, si erano fermati a bordo strada a mangiare un panino. Era stato allora che Stè aveva detto parole che a lui sembravano strane. Poi lo aveva ringraziato ed era risalita sull’auto. Ora dormiva. Lui guidava. Se non fosse stato per e si sentiva allegro, leggero, come un indiano a nozze. Se solo non ci fosse stato attorno tutto quel dannatissimo buio.
8 marzo 2011 alle 19:15 |
si riprende la strada…
16 marzo 2011 alle 10:57 |
che bello, anche il verso che ricorda majakovskij…
16 marzo 2011 alle 12:12 |
@Mordecai. Con voi vado sul sicuro, tanto almeno qualcuno che si accorge della citazione c’è SEMPRE. (Paolo è descritto così, come un rivoluzionario a cui frulla Majakovskij nella testa…
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