Il primo giorno era stato più duro del previsto, pensava Procyon, e non sembrava che avessero fatto grandi progressi. Anzi, peggiorava.
Prima di tutto i crepacci. Il terreno che dovevano attraversare, il bacino del lago svuotato, era completamente irregolare, fatto di alte colline e crepacci improvvisi. Questi si aprivano in un fondo fangoso e ricoperto di neve. Per due volte a pochi passi da loro degli squarci improvvisi avevano mostrato un varco verso abissi che si potevano solo immaginare. Quello era l’ex cratere di un vulcano, fino a quali spaventose profondità poteva arrivare il vuoto sotto di loro? E nel terreno bianco e grigio nulla sembrava indicare dove si sarebbe mostrato il prossimo improvviso cedimento. Ne avevano parlato un po’. Non c’erano grosse precauzioni da prendere. Legarsi tra loro, su quel fondo scivoloso, avrebbe avuto il solo effetto di perderli entrambi. Valeva pena giocare a questa roulette russa con due pallottole, una per una. Chicca non aveva avuto esitazioni, di questo Procyon, in cuor suo, la ringraziava. Se proprio doveva vivere una situazione del genere almeno farlo con qualcuno disposto ad usare la razionalità fino in fondo, anche a proprio discapito.
Poi, appunto, il terreno. Scivolosissmo. Le gambe affondavano fino a metà polpaccio, l’appoggio era sempre instabile. Cadere in terra era frequente, cosa che rendeva impossibile togliere i guanti anche solo per un secondo. Il che non sarebbe stato un grosso problema. Ma su quelle improvvise ripide collinette quante volte si erano ritrovati a dover ripercorrere tutto daccapo? Estenuante. Aveva scoperto di avere tendini e muscoli nuovi nei polpacci e nei piedi, che gli facevano male in un modo di cui non si era mai reso conto. E adesso ogni metro costava fatica e dolore.
Il freddo. Intenso, pungente, da uccidere. Non subito, non mentre si erano incamminati. Ma a tradimento, più tardi. Era impossibile fermarsi per più di cinque minuti, a rischio di congelare il sudore che gli impregnava la maglietta, l’unica possibilità sembrava essere muoversi continuamente, senza sosta; proprio quello che piedi e polpacci sembravano rifutarsi di fare, tremando per la tensione. Un freddo che al calar del sole li aveva posti davanti al dubbio atroce: avrebbero passato vivi la notte? Sarebbero morti assiderati? Non facevano in tempo, d’altra parte, a raggiungere la riva del lago prima del tramonto, come avevano sperato. In quel catino di fango e neve i movimenti procedevano al rallentatore, in mezzo ad una nebbia pungente che a tratti gli faceva pure temere di perdere l’orientamento. Così, quando quei vapori biancastri avevano lasciato presagire, arrossandosi, il tramonto, avevano deciso che dovevano usare un po’ di energie, prima di essere stremati, per costruirsi un riparo nella notte. Non che mancassero i materiali. Dal fango spuntavano oggetti di tutti i tipi: relitti di barche pezzi di case, lamiere contorte, corde. Non c’era segno di resti umani, per fortuna. Raccolsero l’occorrente per una contorta casetta, che ridossata ad un ripdo pendio avrebbe almeno ostacolato l’umidità della notte. E riuscirono, solo a buio già inoltrato, ad accendere un fuoco abbastanza smorzato, più fumo che fiamme, niente più che un tepore, su cui provare a scaldare una magra porzione di cibo. Bevvero un sorso di grappa ciascuno. Procyon ricordò a Chicca che il calore che quel liquido dava era assolutamente illusorio, abusarne sarebbe stato fatale. Decisero per turni molto brevi. Non più di un’ora. E chi era sveglio doveva muoversi e controllare che il dormiente fosse sufficientemente caldo. Per fortuna il mucchio di coperte che avevano messo assieme, con il loro calore, sembrava sufficiente. Finirono per addormentarsi entrambi, mezzi abbracciati, verso le tre del mattino. Si svegliarono poco dopo l’alba per scoprire, sconcertati, che aveva iniziato a nevicare.
Gli facevano male ossa, tendini, muscoli. Tutto. E la spalla e la gamba, la memoria dell’incidente in moto, bruciavano. Ma di questo, a Chicca, non avrebbe parlato. Lamentarsi era il primo passo verso la fine. Neanche Chicca sembrava incline a farlo. Si limitò ad una nitida imprecazione quando vide che il fuoco era ridotto a pochi carboni fumanti. Ma riuscirono a ravvivarlo a sufficienza per bollire un po’ d’acqua in cui diluire un cucchiaino di caffé solubile. Dopo quella tazza calda la follia della loro impresa non era meno evidente. Ma almeno avevano recuperato l’animo necessario a ripartire.
“Arriveremo al bordo del lago, oggi” disse Procyon pur non essendone così convinto “e domani sarà meglio”. “prima partiamo meglio è” rispose Chicca. E raccolsero le loro poche cose, riempirono di nuovo gli zaini. Parlarono, anche, un po’ più a lungo del giorno precedente, quando, nelle orecchie, avevano avuto soprattutto il loro ritmato fiatone. Chicca sapeva quando dire e quando tacere, come mettere giù le verità spiacevoli senza dar mostra di perdere fiducia. Bene, pensò Procyon. Bene. Quella ragazza aveva del coraggio.
Però nevicava. E nevicò quasi tutto il giorno. Un altro giorno di passi incerti e lenti, scivoloni, imprecazioni, freddo, dolori. Girarsi a guardare le impronte era sempre deprimente. Non erano ore che avevano superato i resti di quel vecchio motorino rosso? Eppure sembrava ancora lì. Nel tardo pomeriggio la neve decise di dargli una tregua. Schiarì. Sotto un sole calante vedevano un tratto di costa passabilmente vicino. “Dai, ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare”. Si misero d’accordo, avrebbero camminato anche con il primo buio nella speranza che poi, raggiunta la costa, preparare un rifugio sarebbe stato più semplice. Continuarono a dispetto del fuoco gelato che aveva preso possesso delle loro ginocchia, delle loro caviglie, delle loro spalle.
Poi, nel buio, una luce. Vicina. “La seguiamo”? “ Sì”. Nessun dubbio, nessuna esitazione. Vicina. Anzi. Si sarebbe detto in movimento verso di loro. Finchè una voce squillante li raggiunse. “Ehi, per di qua!”
Raggiunsero la luce, una lanterna tenuta da un ragazzo alto, dai capelli lunghi e biondi che sbucavano da un parka invernale. “Forza, venite con me” e senza dargli tempo di capire o spiegare, si fece strada tra gli alberi di quel tratto di costa e li porta ad una porta pesante, diretta ad un bunker dentro la montagna. Si guardavano attorno perplessi, entrarono in un vestibolo dalle pareti bianche, illuminato da una luce giallastra. “Spogliatevi qua” disse la figura alta, “vi porto qualcosa di asciutto” e sparì un attimo soltanto per ricomparire con un cambio completo di tutto, “come se ci aspettasse” pensò Procyon e cerco con lo sguardo Chicca per spiegarle la stranezza di quella rapidità. Ma lei si stava asciugando i piedi gonfi. Rivestiti e caldi entrarono nella seconda stanza. L’uomo si presentò. “Piacere di conoscervi, so chi siete, io sono Bghiol” e aggiunse che il momento di altre spiegazioni sarebbe arrivato. Ora si mangiava.
Si lasciarono andare ai piaceri di una cena decente, tempestando il loro interlocutore di parole, di domande a cui lui sapeva raramente rispondere. A volte dava l’impressione piuttosto di non voler rispondere. Quali erano i confini della tragedia? Era rimasto da qualche parte qualcun altro? Chi si stava occupando di aiutare i superstiti? La situazione era peggiore o migliore lontano da lì? Riuscirono solo a capire che le cose erano messe veramente male. E che Bghiol era in contatto con altri superstiti. Poi, travolti dalla stanchezza, dormirono.
Al mattino, fatta un’abbondante colazione, Procyon dichiarò: “ora noi dovremmo ripartire, hai dei consigli?” Chicca annuì. Bghiol scosse la testa. Forse non avevano capito, cercò di spiegare. Oltre le colline alle loro spalle non c’era certezza di nulla. Loro (loro chi? pensava Procyon) avevano mandato già sei sentinelle (sentinelle? questo lo corrucciò) e non ne era tornata nessuna. Probabilmente morte. E, insisteva, non è solo un fatto di disastri naturali. Ci sono altre cose da tenere in considerazione. Quali cose? Glielo avrebbe spiegato il suo capo, più tardi. Solo un po’ di pazienza, il tempo di capire la situazione. Più tardi noi saremo lontani da qui brontolò Procyon guardando Bghiol diritto in faccia, sorrideva di un sorriso amaro. Bghiol insisteva, non era assolutamente il caso di uscire per oggi, erano previste tempeste molto violente. Sappiamo badare a noi stessi, brontolò Chicca. Bghiol scrollò le spalle.
“Mi spiace” disse “metterla in questo modo”. Ora un movimento rapido aveva rivelato una pistola tra le sue mani. “Forse non mi sono spiegato bene. Voi, oggi, siete assolutamente miei ospiti.”
(dedicato a chi, in queste ore, nel fango cammina davvero)

15 marzo 2011 alle 18:16 |
‘ccipicchia bghiol….
comunque, per il solo fatto di essere comparsa come ‘ragazza’, questa diventa la mia puntata preferita
16 marzo 2011 alle 01:18 |
Diventi sempre più bravo!
16 marzo 2011 alle 06:01 |
@Chicca Per me tutti i nati dopo il 67 sono ragazzi. Da sempre e per sempre!
@charta E’ solo che mi diverto a mettervi in scena
25 marzo 2011 alle 19:39 |
questa me l’ero persa, Chik, ma come sempre, mi incolli al monitor anche se non ho gli occhiali, anche se mi fanno male gli occhi, anche se ho già passato dieci ore sul computer e dovrei fare altro.